Amore, perdita e meraviglia: Nan Goldin.

"This Will Not End Well": La retrospettiva di Nan Goldin al Pirelli Hangar Bicocca è un atto politico d'amore. Attraverso gli scatti della comunità queer e marginalizzata, la fotografa trasforma l'intimità in testimonianza e la vulnerabilità in resistenza sociale.

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Simona Isacchini
Giornalista pubblicista, docente e storica dell’arte specializzata nel contemporaneo. Si occupa di linguaggi contemporanei, esplorando in particolare quelli visivi. Lavora tra ricerca, produzione culturale ed editorialità,...
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Fino al 15 febbraio 2026, Pirelli Hangar Bicocca ospita This Will Not End Well, la prima retrospettiva dedicata al lavoro filmico di Nan Goldin. Un progetto monumentale, a cura di Fredrik Liew, che vuole restituire la grandezza della fotografa statunitense, costruito come un piccolo villaggio di padiglioni disegnati da Hala Wardé, che accolgono sei slideshow e una nuova installazione sonora del Soundwalk Collective. Ogni spazio è un frammento di biografia, un racconto di luce e di perdita. Visitare la mostra è come attraversare la memoria di un’esistenza condivisa: non un semplice sguardo sulla vita di Goldin e sulla sua opera fotografica, ma uno specchio in cui riflettersi.
Il titolo della mostra – This Will Not End Well – porta con sé un’ironia malinconica: la consapevolezza che ogni storia, ogni amore, ogni corpo è destinato a finire. Eppure, proprio in quella finitezza, si accende la bellezza della resistenza.

Nan Goldin: l’immagine della vulnerabilità

Le fotografie di Nan Goldin sono scatti eseguiti senza chiedere permesso, entrati dritti nelle vite di chi li attraversa, e queste vite si mostrano nude, disordinate, irrimediabilmente umane. Fin dagli anni Ottanta, con The Ballad of Sexual Dependency, Goldin ha trasformato la macchina fotografica in uno strumento di sopravvivenza emotiva: un diario collettivo che documenta il desiderio, la solitudine, la dipendenza.
Nel suo linguaggio non c’è distanza tra chi guarda e chi è guardato. L’immagine diventa una una confessione reciproca, una ferita condivisa. Nei volti sfatti dalla notte, nei corpi amati e perduti, la fotografa rivela una forma di grazia fragile, una vulnerabilità che si mostra in tutta la sua verità.

Comunità e intimità al Pirelli Hangar Bicocca

In opere come The Other Side o Sisters, Saints, Sibyls, Goldin intreccia l’intimità e la storia. Le sue immagini non sono ritratti isolati, ma parti di una comunità: amici, amanti, sorelle, persone trans, compagni di viaggio in un tempo che spesso ha cercato di cancellarli.
Ogni scatto custodisce un legame. Ogni gesto è la traccia di un momento condiviso. La sua fotografia è un atto d’amore che attraversa il dolore, un modo per dire: “Tu esisti, e io ti vedo”. Fotografare «to keep the people I love alive», ha detto Nan Goldin che, infatti, costruisce una genealogia affettiva che sfida l’idea stessa di famiglia. I suoi soggetti vivono in una rete di relazioni scelte, dove la cura prende il posto del legame sanguigno. In questo senso, il suo lavoro è anche politico: trasforma l’intimità in testimonianza, l’amicizia in forma di resistenza.

Amore e vita nelle loro sfaccettature più crude

Nelle opere più recenti – Memory Lost, Sirens, You Never Did Anything Wrong, Stendhal Syndrome – la fotografia si fa viaggio interiore. Goldin esplora l’estasi e l’abisso, la dipendenza e il desiderio, eros e tanatos: gli impulsi di vita e gli impulsi di morte.
L’immagine si muove, diventa flusso, voce, respiro: non più semplice documento ma esperienza sensoriale. Nei suoi slideshow, il ritmo delle immagini e delle musiche crea una sospensione che è insieme visione e trance, da cui lo spettatore viene completamente catturato.
In una tensione costante tra eros e dissoluzione, tra la luce e la sua perdita, ogni metamorfosi è anche possibilità di rinascita – come nei miti ovidiani evocati dall’artista.
Goldin racconta la crudeltà dell’amore perché crede ancora nella sua necessità. Nella sua opera, la vulnerabilità diventa una forma di meraviglia: una tenerezza che resiste al disincanto del mondo. 

In This Will Not End Well, la vita secondo Nan Goldin si dispiega come un racconto corale: fragile, disarmante, luminoso. Ogni immagine è un atto di presenza contro l’oblio, un modo per restare dentro il tempo anche quando tutto sembra finire. Lo ha spiegato bene la stessa artista, in un’intervista di qualche anno fa su Artforum:

«Is about preserving others, acknowledging their beauty before the world erases them.» 

Nan Goldin

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