Estrattivismo illegale d’oro nell’amazzonia peruviana

L’Amazzonia peruviana è una trincea segnata da estrazione illegale d’oro, mercurio e tratta di bambine. Comunità come Boca Pariamanu vivono tra violenza, corruzione e foreste distrutte. Tra resistenza e paura, la prima vittima è l’infanzia, ferita silenziosa della selva.

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Paula Jesus
Paula Jesus, laureata in Filosofia del Linguaggio, è fotografa e regista cilena migrante in Italia. La sua ricerca unisce giornalismo, arti visive e diritti umani, con...
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L’Amazzonia peruviana non è solo il polmone verde del pianeta: è una trincea. Nella provincia di Tambopata, la comunità indigena di Boca Pariamanu vive sulle rive di Madre de Dios, circondata dalle tragas, piattaforme galleggianti che dragano il fondo dei fiumi per estrarre l’oro. Entrare nella selva è ormai un rischio che incute timore anche ai suoi abitanti.

L’Associazione italiana Pachamama si è fatta guidare dal frate francescano conventuale Vicente Imhof, che, in rappresentanza della Red Kawsay — rete latinoamericana collegata a Talitha Kum, impegnata nella prevenzione della tratta di persone, nell’accompagnamento delle vittime e nella denuncia delle strutture di sfruttamento — ha reso possibile questo percorso.

Sono loro a insegnarci che l’oro non si limita a devastare fiumi e foreste: corrompe i legami sociali, spezza famiglie e comunità. Questa dinamica, alimentata dal capitalismo predatorio, impoverisce allo stesso tempo gli uomini e la terra, privata della sua fertilità e della sua dignità.

Le bambine, un tempo protette dalla foresta, oggi sono esposte ai fiumi avvelenati dal mercurio dei minatori e al rischio di essere ridotte a merce di scambio sessuale.

L’estrazione aurifera nei fiumi e nelle aree protette è, e resterà, illegale: le concessioni minerarie non possono operare all’interno delle riserve naturali. Le draghe che frantumano i letti fluviali e i getti d’acqua ad alta pressione che aprono la terra per separare l’oro dal fango devastano ecosistemi fragili, violano le leggi ambientali e infrangono obblighi internazionali. Per legge sarebbe necessaria la consultazione delle comunità indigene prima di qualsiasi attività che minacci i loro territori; tuttavia, la corruzione statale, favorita dalla presidente Dina Boluarte, alimenta l’estrazione illegale d’oro.

La zona del reportage si sviluppa, oltre che lungo il fiume Tambopata, nella vicina Pampa: un territorio fuori controllo. Una terra di nessuno, e tuttavia ogni ettaro ha un padrone abusivo. Qui tutto si paga: il suolo, i corpi, il silenzio. Nessuno è al sicuro, né di giorno né di notte. Entrare senza autorizzazione delle bande criminali può costare la vita. Chi lavora in questa zona non dorme mai davvero. I minatori devono proteggersi da altri come loro. Si vive in uno stato di allerta costante.

Gli stessi minatori illegali raccontano che ogni settimana ci sono morti. Il suono della Pampa non è solo musica ballabile dei bordelli o il rumore delle draghe: è anche il battito accelerato della paura. Le donne e le bambine vittime di tratta che tentano di fuggire vengono spesso uccise prima di riuscire a lasciare questo inferno di fango. Gli omicidi, nella maggior parte dei casi, non vengono nemmeno denunciati. Lo Stato non c’è e se c’è, è complice.

Con la biosfera amazzonica devastata, molti uomini un tempo pescatori e taglialegna sono costretti a trasformarsi in minatori. La manodopera è in parte locale, ma una quota significativa proviene dalle regioni andine o da città impoverite. Fare il minatore significa affrontare un lavoro sporco e letale: sono esposti gas tossici e mercurio. I pochi guadagni svaniscono spesso in alcol e prostituzione. Accanto alle draghe prospera un’economia criminale che alimenta la tratta di donne e bambine: dove arrivano le miniere, segue sempre la prostituzione forzata.

Il minatore, nel mito perverso del Tío – il “demonio dell’oro” venerato nelle viscere della miniera – cerca protezione e fortuna insultando e degradando ciò che nella cosmovisione andina era sacro: le donne e la terra. Più l’offesa è grande, più il minatore crede di assicurarsi la sua “benedizione”. Nel racconto popolare, la violenza sessuale diventa una prova di coraggio: lo stupro di una bambina è presentato come l’oltraggio supremo, il gesto che garantirebbe al minatore un ricco bottino.

Alla Pampa, scortati dall’Esercito peruviano, c’è il deserto che resta dopo la febbre dell’oro. Il centro scientifico CINCIAtenta di riforestare ciò che non è più foresta: un paesaggio lunare senza humus né struttura. Gli scienziati spiegano che i potenti spruzzi d’acqua lavano via gli strati del suolo e il mercurio di contrabbando entra nei fiumi, nei pesci e nel sangue dei nativi, causando danni neurologici e malformazioni fetali. L’ex ministro dell’Interno Rubén Vargas spiega che l’oro, più redditizio della cocaina, è oggi il motore di un’economia criminale intrecciata alla tratta e al narcotraffico.

Tra le voci della resistenza c’è Víctor Zambrano, storico ambientalista, premiato con il National Geographic/Buffett Award for Leadership in Conservation e con il Premio Ambientalista dell’Anno. Nella sua riserva-santuario racconta che diversi compagni sono stati uccisi per difendere la foresta e che senza le comunità indigene ogni tentativo di riforestazione resterebbe fragile.

L’Europa non è priva di responsabilità: quell’oro finisce nelle sue gioiellerie e nei suoi fondi d’investimento. Consumare senza interrogarsi sull’origine significa partecipare a un sistema che devasta la selva, sfrutta i corpi e tradisce il diritto alla vita di intere comunità.

L’infanzia amazzonica è la prima vittima e l’ultima voce ad essere ascoltata. Bambine cresciute tra mercurio e paura imparano presto che la sopravvivenza non è un diritto, ma una lotteria. La loro storia non riguarda solo il Perù: parla anche a noi, cittadini di un mondo che continua a costruire il proprio benessere sul silenzio e sulla distruzione di altri. Restituire loro ascolto e protezione significa difendere il futuro stesso della Terra, ricordando che ogni infanzia violata è una ferita collettiva, un grido che attraversa confini e generazioni.


 

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