I
bombardamenti che gli Stati Uniti stanno effettuando nei Caraibi, con il presunto obiettivo di combattere il narcotraffico, sono esecuzioni extragiudiziali contro la popolazione civile e violano il Diritto Internazionale dei Diritti Umani.
Uno degli elementi comuni degli attacchi degli Stati Uniti nel Mar dei Caraibi è che stanno uccidendo pescatori di diverse nazionalità e, come dicono alcuni loro familiari, li uccidono perché sono poveri, non perché sono narcotrafficanti. E sicuramente perché non reclamano con la forza e la determinazione necessarie per far prevalere la giustizia.
Alcune autorità del Sistema di Protezione Universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite si sono attivate per richiamare l’attenzione su queste esecuzioni extragiudiziali e la violazione della sovranità (ONU), ma purtroppo gli Stati Uniti non intendono rispettare le decisioni degli organi delle Nazioni Unite né di nessun altro che li richiami all’illegalità dell’operazione nei Caraibi.
È difficile trovare sui media le testimonianze delle persone che stanno subendo questi omicidi, dei loro familiari o amici. Sembra che per loro la cosa più importante sia mettere in risalto la presenza militare degli Stati Uniti e quella visione distorta secondo cui sarebbero lì per “salvare la democrazia” del Venezuela.
Se c’è qualcosa che l’Occidente ha (o aveva) come baluardo dagli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, è l’idea che i diritti umani siano universali, irrinunciabili e spettino a tutti; nessun Paese o persona può arrogarsi il diritto di privare chiunque di tali diritti. L’intento era garantire che non si ripetessero le atrocità commesse durante la guerra.
Proprio per questo diversi Paesi si accordarono per firmare la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e, almeno nella storia recente, facendo leva su tale discorso, sono intervenuti tramite l’ONU, sia umanitariamente sia con la forza, in diversi Paesi per garantire l’effettiva tutela dei diritti umani. Bene o male, questa doveva essere la strada da seguire per garantire la pace mondiale.
Gli Stati Uniti non solo hanno firmato la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ma sono stati protagonisti e hanno partecipato anche alla sua redazione. Successivamente hanno firmato e ratificato il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, impegnandosi a livello internazionale a rispettare il diritto alla vita e la dignità delle persone.
Abbiamo visto anche che, bene o male, la comunità internazionale è intervenuta in vari conflitti per garantire la difesa e la protezione dei diritti umani, come nel caso del Tribunale della ex Jugoslavia, quello per il Ruanda e più recentemente la Corte Penale Internazionale.
Nel Preambolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani si afferma che: “…la libertà, la giustizia e la pace nel mondo si fondano sul riconoscimento della dignità intrinseca e dei diritti uguali e inalienabili di tutti i membri della famiglia umana”, sottolineando anche la necessità di evitare in tutto il mondo la tirannia, l’oppressione, la barbarie, il disprezzo per i diritti umani.
Proprio per garantirlo sono stati creati diversi organi di protezione dei diritti umani, sia a livello universale che regionale: nelle Americhe il Sistema Interamericano e in Europa il Sistema Europeo di Protezione dei Diritti Umani.
Dinanzi a oltre 80 morti causati dai bombardamenti delle imbarcazioni militari statunitensi, riteniamo che tutta questa istituzionalità internazionale che dovrebbe proteggere i diritti umani, in questo caso non riesce a porre limiti al potere smisurato degli Stati Uniti, ponendo in grave rischio la pace mondiale.
A nessuno è consentito uccidere, nessuno ha la titolarità di farlo e nessuno può porsi al di sopra del Diritto Internazionale dei Diritti Umani. Oggi chi governa gli Stati Uniti ha deciso che i pescatori sono narcotrafficanti e, senza sottoporli a un processo giudiziario, li uccidono con tale pretesto, cosa che giuridicamente non è consentita.
Non si possono bombardare imbarcazioni civili, tanto meno con armamenti da guerra. Non solo si rischia di uccidere innocenti, ma si auto-attribuisce la licenza di uccidere, proprio come fa qualunque criminale che decide di uccidere il proprio nemico. Non c’è alcuna legalità in tale decisione; il diritto è stato creato proprio per investigare, giudicare e condannare chi commette reati.
Ciò che distingue chi governa da un assassino è che il primo deve agire in conformità ai Diritti Umani. All’assassino ciò non interessa, perché vuole alterare l’ordine stabilito per continuare a mantenersi al potere e perpetrare crimini decidendo sulle vite altrui.
Gli Stati Uniti si autodefiniscono un Paese democratico, ma il primo requisito perché uno Stato sia veramente democratico è il rispetto dei diritti umani, a cominciare dal più importante: il diritto alla vita. All’interno di quel Paese devono esistere organi di controllo del potere, affinché nessuno si senta quel dittatore “onnipotente” che può ordinare di uccidere impunemente.
Un altro principio democratico è la giustizia, cioè che il sistema giudiziario, rappresentando la volontà popolare, possa indagare, giudicare e condannare i responsabili delle violazioni dei diritti umani.
Viviamo un momento in cui uno dei Paesi economicamente e militarmente più potenti mette in discussione l’effettiva vigenza dei diritti umani e le sue istituzioni non sono in grado di porre limiti a un potere che consente o promuove simili uccisioni.
Tali attacchi potrebbero forse essere giustificati in un contesto di guerra, ma le imbarcazioni colpite sono civili, per la maggior parte di pescatori, forse qualcuna collegata al narcotraffico, ma non sono navi militari. Bombardarle con navi da guerra è assolutamente sproporzionato e illegale.
Esperti delle Nazioni Unite, rappresentanti della società civile come Amnesty International (Qui), Human Rights (Qui), e rappresentanti dei pescatori, stanno denunciando questi attacchi alla popolazione civile, che stanno costando la vita a persone innocenti. E anche se si trattasse di narcotrafficanti, come sostiene il governo USA, hanno diritto di essere sottoposti a processo con tutte le garanzie di legge.
Il punto è che chi sta commettendo queste violazioni sono governanti di uno dei Paesi più potenti al mondo e che non funzionano altri poteri dello Stato, come il Parlamento o la stessa Magistratura, per fermare tali crimini e garantire il pieno rispetto dei diritti umani.
Forse la vita di questi poveri pescatori, proprio perché poveri, non conta? Non genera abbastanza indignazione da suscitare la forza necessaria per affermare con chiarezza che qui si sta commettendo una grandissima ingiustizia che deve essere fermata? Non si tratta di qualunque cosa, ma del valore più importante per l’essere umano: la vita e la sua dignità.
Dal contesto di Colombia, Venezuela, Trinidad e Tobago e dai racconti di chi subisce questi crimini, si dice che li stanno uccidendo come fossero cani; cioè, come se la loro vita non valesse nulla. In questi ambienti, chiunque può uccidere un cane e, in genere, non succede nulla a chi lo fa.
In Paesi europei, uccidere un cane è penalizzato; chi lo fa viene sanzionato. Giuridicamente è così anche in alcuni Paesi dell’America Latina, anche se si applica raramente nella pratica.
Ma il punto centrale è che li uccidono come se la loro vita non avesse alcun valore: questa è la gravità della situazione. Ed è anche una questione di dignità, perché la dignità ci insegna che nessun essere umano vale meno di un altro; siamo tutti uguali in diritti e dignità.
Non possiamo permettere, come umanità, che anche solo l’idea che un gruppo di persone sia “sacrificabile” si insinui.
I precedenti di Trump alla guida del governo sono negativi, perché agisce nell’impunità totale; e se non viene punito con il massimo rigore della legge, continuerà a commettere tali atrocità impunemente, e anche questo è vergognoso perché genera disagio e indignazione.
Nessuno deve essere impunito. Ricordiamo come Trump, nel suo primo mandato, quando la Corte Penale Internazionale aprì indagini contro militari statunitensi per tortura in Afghanistan, ordinò sanzioni economiche contro i giudici della Corte nel 2018 (qui). Lo stesso accade ora contro i giudici che indagano Netanyahu per crimini contro l’umanità, o contro esperti delle Nazioni Unite come Francesca Albanese che denunciano le atrocità commesse in Israele.
Come già durante la colonizzazione, oggi viviamo qualcosa di simile: non si tratta più dell’oro, ma del petrolio. Il petrolio o la vita? È chiaro che l’intenzione degli Stati Uniti, tramite un’azione illegale e senza alcun rispetto per la vita e la dignità umana, non è ripristinare i diritti umani in Venezuela né veramente combattere il narcotraffico, ma appropriarsi di una delle più importanti riserve petrolifere del mondo, così come la Spagna fece un tempo con l’oro dell’America.
Bartolomé de las Casas denunciava proprio la smisurata ambizione degli spagnoli che, per appropriarsi dell’oro, trattavano gli abitanti originari da feccia. Forse oggi non si vedranno quelle atrocità, ma certo si tolgono vite per il petrolio; si agisce come avvoltoi, senza scrupoli.
Quando gli spagnoli invasero Abya Yala, parlavano di “atti civilizzatori”; qualcuno lo dice ancora oggi. Allo stesso modo, oggi Trump chiama “operazione per eliminare i nemici che portano droga” i bombardamenti che di civile non hanno nulla, ma sono manifestazioni di estrema crudeltà.
C’è bisogno che la comunità internazionale prenda posizione e faccia notare agli Stati Uniti che le loro azioni sono un attentato contro l’intera umanità, un atto di barbarie, un pericolo per la pace mondiale. È fondamentale che ciò venga detto dai Paesi che hanno il potere di fermare simili atrocità: Unione Europea, Cina, Giappone, eccetera, che purtroppo restano in silenzio.
Solo pochi governi – o loro rappresentanti – hanno preso posizione: Colombia, Brasile, ecc., dimostrando maggiore coerenza nel desiderio di un mondo fondato sulle regole del diritto internazionale dei diritti umani, e non sul capriccio di pochi.
Serve che la comunità internazionale si accordi seguendo le regole del Diritto Internazionale Pubblico su come intervenire in Venezuela, ma per garantire i diritti umani a tutti e tutte, cosa che gli Stati Uniti non garantiscono.
Il rischio è che, se così decide gli Stati Uniti, qualsiasi altro Paese potrebbe attribuirsi il diritto di bombardare ovunque nel mondo. Così si distrugge il Diritto Internazionale dei Diritti Umani, e anche la pace mondiale.
L’unica opzione è far prevalere il Diritto Internazionale dei Diritti Umani attraverso i suoi organi di protezione, come il sistema universale, una delle poche istituzioni che hanno parlato chiaro denunciando esecuzioni extragiudiziali.
Che si ascolti la società civile: Amnesty International, Human Rights, eccetera; tutte denunciano esecuzioni extragiudiziali.
Si rafforzino le Nazioni Unite, così come i sistemi di protezione regionali e universali dei diritti umani e della Corte Penale Internazionale.
Che i colpevoli siano sanciti.
Gli Stati Uniti devono essere parte del Diritto Internazionale dei Diritti Umani, perché chi li governa sono persone; da questa prospettiva diventa possibile.
La cosa peggiore che possiamo fare è restare in silenzio.
