I Guardiani della Terra

In Perù e in molti paesi dell'America Latina, cresce il numero di omicidi e persecuzioni contro i difensori ambientali, custodi di ecosistemi vitali come l’Amazzonia. Salvaguardarli non è solo un dovere etico, ma una scelta strategica per il futuro del pianeta, che chiama in causa governi, Unione Europea, imprese e società civile.

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Jose Ramiro Llatas Perez
José Ramiro Llatas Pérez è un avvocato peruviano specializzato in diritti umani e diritto ambientale, impegnato nella tutela dei difensori dell’ambiente in America Latina.
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In un mondo in cui la crisi climatica avanza inesorabilmente, esiste un gruppo di persone che rischia la vita ogni giorno per proteggere il nostro pianeta: i difensori ambientali. Il loro lavoro trascende i confini nazionali, poiché difendono ecosistemi vitali come l’Amazzonia, il vero polmone dell’umanità. Tuttavia, la realtà che affrontano è devastante: il numero di omicidi aumenta ogni anno e i meccanismi di protezione nazionali e internazionali sono insufficienti per affrontare la portata del problema. Il Perù è tra i paesi in cui negli ultimi anni è aumentato il numero di omicidi di difensori ambientali.

I difensori ambientali devono affrontare minatori illegali, taglialegna che deforestano l’Amazzonia, il narcotraffico che per produrre cocaina all’interno dell’Amazzonia necessita di grandi estensioni di terreno, lo sfruttamento di idrocarburi, ecc. Tutte queste attività sono collegate all’Europa, agli Stati Uniti e negli ultimi anni alla Cina, ad esempio, l’oro che proviene dai minatori illegali dell’Amazzonia finisce per arrivare in Europa dove viene lavorato e trasformato in gioielli di lusso o altri prodotti, o anche in Cina, che ora sarebbe preoccupata di accumulare più riserve d’oro. E, a maggior ragione se parliamo del narcotraffico che ha un impatto mondiale.
Il problema dei difensori ambientali non riguarda solo il Perù o altri paesi dell’America Latina, dove vengono assassinati: è una questione globale che dovrebbe interessare l’intera umanità.

Chi è un difensore ambientale?

La definizione di difensore ambientale affonda le sue radici negli standard internazionali stabiliti dagli organismi delle Nazioni Unite. La Dichiarazione di Rio de Janeiro del 1992, pietra miliare del diritto ambientale internazionale, ha stabilito il Principio 10, che riconosce il diritto fondamentale di ogni persona a partecipare alla protezione dell’ambiente e ad avere accesso a informazioni ambientali rilevanti.

L’Accordo di Escazú, adottato in Costa Rica il 4 marzo 2018 (di cui il Perù non è ancora parte), rappresenta una pietra miliare storica in quanto è il primo trattato regionale che contiene disposizioni specifiche per la protezione dei difensori ambientali. Questo accordo, che si basa sulla Dichiarazione di Rio, definisce implicitamente i difensori ambientali come quelle persone, gruppi e organizzazioni che promuovono e proteggono i diritti umani relativi all’ambiente, compreso il diritto a vivere in un ambiente sano.

Questo specifico Accordo particolarmente significativo perché garantisce tre diritti fondamentali: l’accesso alle informazioni ambientali, la possibilità di partecipare alle decisioni che riguardano l’ambiente e il diritto di ricorrere alla giustizia in caso di violazioni. Allo stesso tempo, impone agli Stati l’obbligo di proteggere chi esercita questi diritti, riconoscendo la particolare vulnerabilità dei difensori ambientali.

Il collegamento con la giustizia climatica.
I difensori ambientali sono al centro della giustizia climatica: le comunità più vulnerabili, come popoli indigeni e rurali, subiscono i maggiori danni del cambiamento climatico pur avendovi contribuito meno.

Questi difensori lottano per un principio fondamentale: che le decisioni sull’uso delle risorse naturali e sulla protezione dell’ambiente debbano essere prese con la partecipazione di coloro che sono direttamente interessati. Il loro lavoro non solo protegge gli ecosistemi locali, ma contribuisce anche alla lotta globale contro il cambiamento climatico. Quando un leader indigeno difende una foresta amazzonica dalla deforestazione, sta proteggendo uno dei più grandi pozzi di carbonio del pianeta. La sua lotta locale ha implicazioni globali.

Per i popoli indigeni, alberi e fiumi non sono oggetti ma vita. La loro visione, ispirata al “buen vivir”, propone armonia tra esseri umani, natura e animali, in contrasto con l’approccio occidentale che tende a dominarli.

La crisi in cifre: Incremento della violenza

Nel 2023 nel mondo sono stati documentati 196 crimini contro difensori ambientali e della terra, con l’85% dei casi concentrati in America Latina. In Perù, tra il 2012 e il 2023 sono stati assassinati 58 difensori, a cui si aggiungono 3 omicidi solo nel 2024, mantenendo il paese tra i primi 10 al mondo. Negli ultimi 8-10 anni, oltre 30 vittime erano legate a conflitti con compagnie minerarie ed estrattive.

La maggior parte di questi crimini avviene nella regione amazzonica, anche se si registrano casi anche nella zona andina e costiera. Questa distribuzione geografica non è casuale: riflette i luoghi in cui si concentrano le risorse naturali più ambite e dove i conflitti per il territorio sono più intensi. L’enorme pressione per estrarre questi minerali e lavorarli nei paesi dell’Unione Europea, Stati Uniti, Canada e Cina.

I difensori ambientali proteggono ecosistemi che beneficiano l’intera umanità. L’Amazzonia, con il suo 20% di ossigeno terrestre e la capacità di immagazzinare carbonio, è vitale per il clima e la biodiversità. Dalle Ande peruviane nasce il Rio delle Amazzoni, sistema che regola la vita di milioni di specie. Ogni ettaro di foresta protetta, ogni fiume preservato dall’inquinamento, ogni territorio indigeno difeso, contribuisce alla stabilità climatica globale.

Insufficienza dei meccanismi di protezione

Nonostante leggi e trattati, i difensori ambientali restano senza protezione effettiva. L’Accordo di Escazú impone obblighi chiari agli Stati, ma la sua applicazione è frenata da ostacoli continui. In Perù esiste il Meccanismo Intersettoriale di Protezione, pensato per coordinare le istituzioni. Ma è inefficace: anche con misure attive, alcuni difensori sono stati uccisi. La burocrazia c’è, la protezione no.

A livello internazionale esistono strumenti per difendere i diritti umani, dalle Nazioni Unite al Sistema Interamericano, che obbligano il Perù a rispettare i trattati firmati. Ma mentre sul piano giuridico ci sono stati progressi, nelle politiche pubbliche quasi nulla è cambiato. Oggi il governo valuta persino di lasciare la Corte Interamericana: significherebbe togliere ai cittadini l’unica possibilità di giustizia oltre i confini nazionali.

L’impunità è un altro fattore critico. La maggior parte dei crimini contro i difensori ambientali rimane irrisolta, inviando un messaggio tacito che questi atti non avranno conseguenze. Questa impunità perpetua il ciclo di violenza e scoraggia altri potenziali difensori.

I sistemi di allerta, quando ci sono, sono inadeguati: le minacce corrono più veloci delle risposte. E i difensori, spesso isolati in aree dove lo Stato è assente, restano esposti e ancora più vulnerabili.

    • Se l’Amazzonia brucia per far brillare i nostri gioielli, siamo sicuri che il problema siano “lì i corrotti” e non qui i clienti?
    • La coscienza ecologica occidentale è green o solo greenwashed?

    • Se i popoli indigeni vedono i fiumi come esseri viventi e noi come infrastrutture da deviare, chi è davvero “arretrato”?

    • L’Europa approva direttive ambientali, poi importa legname insanguinato: civiltà o schizofrenia commerciale?

    • Quando un guardiano della Terra (noi li chiameremo “attivista”)viene ucciso per difendere una foresta che assorbe CO₂ per conto nostro, chi dovrebbe essere in lutto? Perché la sua morte è una notizia locale, ma la sua lotta era un bene globale?

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Oltre gli omicidi

La violenza letale è solo la punta dell’iceberg: i difensori ambientali subiscono un intero sistema di persecuzione. Uno degli strumenti più usati è la denuncia penale infondata, che serve a zittire chi alza la voce. Così, attivisti che contestano progetti estrattivi o denunciano danni ambientali si ritrovano coinvolti in processi giudiziari costruiti ad arte, con l’obiettivo di trasformare il loro impegno legittimo in un crimine

In Perù, secondo la Coordinadora Nacional de Derechos Humanos sono stati documentati 370 casi di criminalizzazione contro i difensori ambientali tra il 2000 e il 2024, evidenziando un modello sistematico di uso del sistema giudiziario come strumento di repressione. Solo nel 2024, sono stati registrati 37 casi di criminalizzazione, con 12 persone ferite durante questi incidenti.

Le campagne diffamatorie costituiscono un’altra forma di persecuzione particolarmente dannosa. I difensori sono etichettati come “anti-sviluppo“, “terroristi” o “nemici del progresso“, creando un ambiente ostile che legittima la violenza contro di loro. Queste narrazioni, amplificate dai mezzi di comunicazione e dai social media, erodono il sostegno sociale alla loro causa e li isolano da potenziali alleati.

L’intimidazione psicologica, le minacce costanti, le molestie ai familiari e la sorveglianza illegale sono tattiche che cercano di spezzare la resistenza dei difensori senza necessariamente arrivare all’omicidio. Queste forme di violenza, meno visibili ma ugualmente distruttive, possono essere efficaci quanto la violenza fisica per mettere a tacere la protesta.

Il ruolo dell’Europa e dell’Unione Europea

L’Unione Europea e i suoi Stati membri hanno strumenti potenti per contribuire alla protezione dei difensori ambientali, specialmente attraverso le loro politiche commerciali e di cooperazione internazionale. La recente approvazione della Legge sul dovere di diligenza delle imprese rappresenta un progresso significativo, in quanto richiede alle aziende europee di identificare e mitigare gli impatti negativi sui diritti umani e sull’ambiente nelle loro catene di approvvigionamento globali.

Una nuova legislazione europea potrebbe diventare decisiva per proteggere i difensori ambientali: obbligherebbe le aziende a vigilare sulle proprie attività e su quelle dei partner, imponendo misure correttive o sanzioni in caso di violenze. La diplomazia UE, inoltre, potrebbe offrire visti di emergenza, programmi di protezione e sostegno alle ONG. Anche i fondi europei per lo sviluppo dovrebbero vincolare i paesi beneficiari a tutelare gli attivisti e combattere l’impunità.

La condizionalità negli accordi commerciali rappresenta un altro strumento potente. I trattati di libero scambio tra l’UE e i paesi latinoamericani possono includere clausole specifiche sulla protezione dei difensori ambientali, con meccanismi di sospensione dei benefici commerciali in caso di mancato rispetto sistematico.

Conclusioni e un Appello all’Azione Congiunta

La crisi dei difensori ambientali in Perù e nel mondo riflette lo scontro tra un modello estrattivo orientato al profitto e la necessità di salvaguardare ecosistemi vitali. Custodi contro cambiamento climatico e perdita di biodiversità, i difensori operano sotto minaccia costante: violenza, impunità, criminalizzazione e diffamazione li espongono a una cronica assenza di protezione.

I meccanismi di protezione esistenti, sia a livello nazionale che internazionale, si sono dimostrati insufficienti, sia per mancanza di risorse, di coordinamento o per un’inefficacia che perpetua un ciclo di violenza e mancanza di giustizia. Di fronte a questa situazione, la protezione dei difensori ambientali non è solo un dovere morale, ma un investimento fondamentale nel futuro dell’umanità.

La protezione dei difensori ambientali richiede un cambio di paradigma: governi, imprese e società civile devono agire insieme. Nei paesi a rischio, come il Perù, è urgente rafforzare i meccanismi esistenti con risorse adeguate, coordinamento reale e risposte rapide, assicurando che le misure siano realmente efficaci e adattate alle esigenze dei difensori. Allo stesso tempo è imperativo combattere l’impunità, indagando e sanzionando con rapidità crimini e false denunce per spezzare il ciclo della violenza.

Per l’Unione Europea e i suoi Stati membri, il potere normativo che possiedono deve essere utilizzato in modo proattivo. L’attuazione rigorosa e controllata della Direttiva sulla Due Diligence di Sostenibilità delle Imprese (CSDDD) e del Regolamento sui Prodotti Senza Deforestazione (EUDR) è cruciale. Rendendo le imprese legalmente responsabili delle violazioni nelle loro catene di approvvigionamento, l’UE può spingere Stati produttori e corporazioni a proteggere i difensori. La diplomazia deve fare pressione sui governi locali, dare visibilità ai casi e chiedere giustizia. Ma la responsabilità del settore privato va oltre le norme: serve una due diligence proattiva che includa la consultazione e il rispetto delle comunità locali, assicurando che le loro catene di valore non siano macchiate dal sangue dei difensori. Investire nella sicurezza e nel benessere delle comunità non è un optional etico, ma parte integrante della sostenibilità e della gestione dei rischi.

La società civile ha un ruolo fondamentale: continuare a documentare la violenza, sostenere la giustizia e costruire alleanze solide tra comunità locali, difensori e attori internazionali. Solo una collaborazione globale, che riconosca il valore intrinseco dei difensori ambientali, può garantire la loro sicurezza e, insieme, quella del pianeta che condividiamo. La vita dei difensori è il barometro della salute del mondo: proteggerli non è un’opzione, ma un imperativo.

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