Cuba: non è rum, tabacco e mare

Cuba non è cartolina turistica ma fame, esodo e silenzi imposti. In mezzo alla disperanza, la sfida è recuperare la speranza come atto politico e vitale.

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Hector Cordobal
Héctor Manuel Corbal, studente di teologia ed erede di un pensiero teologico liberatore. Sviluppa la sua riflessione ai margini di una teologia eurocentrica. Nato a Cuba...
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Scrivere può diventare un atto doloroso. Quel disagio di sedersi davanti alla pagina bianca, lottando contro la velocità di un mondo affamato di notizie superficiali e di testi che riassumano in una frase il complesso dramma dell’esistenza umana. L’esercizio di tradurre in parole la realtà abitabile rischia di trasformarsi in una guerra aperta con i demoni interiori, quei pregiudizi che offuscano lo sguardo e, come fantasmi, attraversano le idee, nascondendo il concreto dell’esistenza.
La scrittura potrebbe definirsi una battaglia costante per conquistare la coerenza; un desiderio dai tratti utopici di essere fedeli – attraverso il linguaggio – a un mondo malato di post-verità e di notizie false, dove, nella maggior parte dei casi, trionfano la legge del più forte e la logica del mercato.
Compito che diventa ancora più arduo quando si cerca di scrivere su realtà complesse all’interno di un paese. E ancor più quando quel paese è la tua stessa terra. Oggi sarebbe più facile fare una rapida ricerca su Google o chiedere a quell’intelligenza artificiale installata sul telefono. Scrivi “Cuba”, e la pioggia d’informazioni è immediata. Oppure ti confezionano un testo freddo e ben dettagliato, carico di dati ma, in molti casi, vuoto di significato umano. Perché non si tratta solo di informazione. Il problema di fondo è che la tecnologia e i media, con la loro apparente neutralità, costruiscono anch’essi narrazioni, molte delle quali piene di pregiudizi. Narrazioni che semplificano la storia umana, riducendola a divisioni manichee tra buoni e cattivi, negando le sfumature, ignorando i volti reali che soffrono.

Ed è qui che mi oppongo. Mi oppongo a quell’astrazione della persona che la spoglia della sua carne, del suo spirito, della sua storia concreta. Mi oppongo e scrivo che quell’isola caraibica bagnata dal mare dei Caraibi, terra di sole, tabacco e rum, paradiso turistico da cartolina… non esiste. Quella Cuba è un’immagine prefabbricata, utile al consumo ma estranea alla vita quotidiana dei suoi abitanti. La Cuba reale è un’isola che naviga nell’incertezza. I suoi passeggeri, esseri umani in carne e ossa, naufragano tra illusioni perdute e una disperanza cronica.
Cuba è il grido muto, più doloroso e lacerante, di padri che non trovano il cibo quotidiano per i propri figli. È la farmacia vuota, gli anziani abbandonati, le famiglie separate da un esodo forzato. È il bambino che mendica per strada una moneta straniera; è l’impossibilità di vivere con il proprio salario in mezzo a un’economia distrutta.
Eppure, c’è qualcosa di più devastante della fame e della carenza materiale: la paura di pensare con la propria testa. Quella paura, seminata per decenni da un’ideologia invecchiata e prostituita, che da anni ha tradito i suoi grandi ideali, ha avvelenato l’anima del cubano. Il pensiero autonomo è stato sostituito dalla ripetizione automatica; l’opinione critica, dal silenzio forzato.
Pensare a un cambiamento, immaginare un progetto di paese in cui la dignità dell’essere umano sia la priorità, è diventato un’urgenza e, al tempo stesso, un compito che sembra impossibile. Paradosso che immobilizza le idee e condanna a un’accettazione repressa e muta.
«La speranza è il sogno dell’uomo sveglio», diceva Aristotele. Ma i sogni dei cubani sono stati cancellati, e i loro occhi chiusi dalla rassegnazione. E mentre alcuni si aggrappano al potere e altri cucinano ricette di intervento umanitario – eufemismo con cui la destra chiama l’intervento militare – o cercano messia salvatori, la coscienza politica a Cuba è dominata dall’egoismo, schiacciata dall’incapacità di immaginare qualcosa di diverso.
Invece di pensare al cambiamento, è più facile credere di non aver ancora toccato il fondo. Che si possa sempre stare peggio. Ma la speranza non può essere un lusso, né un ornamento emotivo. È una forma profonda d’intelligenza, una forza vitale che ci spinge a creare alternative là dove altri vedono solo muri. E perché esista, va coltivata. Se permettiamo che la disperazione si insedi al centro della coscienza collettiva, perdiamo più che il morale: perdiamo la capacità di cambiare.
La grande sfida della Cuba attuale è recuperare la speranza. Né una carità paternalista – incapace di sanare le ferite profonde di un’isola che si rifiuta di naufragare – né la predicazione della passività intellettuale, che invita a rassegnarsi o ad attendere un salvatore, sono soluzioni valide di fronte alla morte dei sogni e alla mutilazione della capacità di immaginare un paese in cui l’essere umano venga prima di ogni ideologia.
Forse bisogna tornare ai versi di Martí, nostro poeta e vero rivoluzionario, quando diceva: «L’amore, madre, per la patria, non è l’amore ridicolo per la terra, né per l’erba che calpestano i nostri piedi: è l’odio invincibile verso chi la opprime, è il rancore eterno verso chi l’attacca».
Malgrado il silenzio, la scarsità e la disperanza che soffocano tanti cubani oggi, resta l’eco profondo di queste parole, che ricordano il dovere verso la terra che ci ha visti nascere. Non si tratta di un amore ingenuo o romantico, ma di uno che brucia della forza della dignità e della giustizia. Che trasforma in nostra patria ogni angolo del pianeta in cui i diritti umani sono violati.

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