Ecosistemi: vittime del conflitto armato colombiano

Nel Gran Caribe cresce la tensione: gli Stati Uniti, con la scusa del narcotraffico, dispiegano portaerei, droni e basi militari mentre aumentano le sanzioni contro Colombia e Venezuela. Gli attacchi in mare, le operazioni della CIA e la punizione di Petro segnano il ritorno dell’interventismo americano nel cuore dell’America Latina.

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Paula Jesus
Paula Jesus, laureata in Filosofia del Linguaggio, è fotografa e regista cilena migrante in Italia. La sua ricerca unisce giornalismo, arti visive e diritti umani, con...
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L’equità ecologica, ponendo limiti alle attività distruttive del presente per garantire che le generazioni future possano ancora abitare un mondo vivente.

Il fiume come testimone e vittima


Nel
Caso 005, la JEP ha riconosciuto il fiume Cauca come vittima del conflitto armato, un gesto di giustizia simbolica e riparatrice.
Lungo le sue acque, i paramilitari e membri delle forze armate hanno gettato corpi di persone scomparse; il fiume è stato contaminato da mercurio e da sostanze chimiche utilizzate nella miniera illegale e nella produzione di coca.
Oggi, quel fiume chiede riparazione, memoria e garanzie di non ripetizione. Riconoscerlo come vittima significa ascoltare il suo racconto, e includere la sua voce nel processo di pnatura come vittima e soggetto: una giustizia che ascolta il linguaggio dei fiumi

In Colombia, la Jurisdicción Especial para la Paz (JEP) ha aperto un cammino inedito nel diritto contemporaneo: riconoscere che la guerra non ha ferito soltanto i corpi umani, ma anche i corpi d’acqua, le montagne, le foreste.
Nel suo rapporto “El ambiente como víctima silenciosa” (2022), la JEP afferma che la distruzione ambientale costituisce un delitto plurioffensivo, poiché viola simultaneamente il diritto alla vita, alla salute, all’acqua e all’abitazione. In altre parole, colpisce le radici stesse della sopravvivenza collettiva.

Durante decenni di conflitto armato, gli ecosistemi colombiani sono stati trasformati in scenari di guerra. I fiumi sono diventati fosse comuni, le selve sono state abbattute per far posto ai coltivi di coca — quasi 291.000 ettari tra il 2001 e il 2014 — e la terra è stata avvelenata dal glifosato.
Più di 3.500 attacchi agli oleodotti hanno lasciato cicatrici di petrolio sul territorio: nel 2015, un attentato al Trasandino ha riversato 410.000 galloni di greggio, lasciando 160.000 persone senza acqua potabile. L’acqua, fonte di vita, si è trasformata in veleno.
Così, i fiumi, le montagne e le foreste — insieme alle comunità indigene, contadine e afrodiscendenti — sono diventati vittime dirette del conflitto, privati della loro voce e del loro diritto a esistere in equilibrio.

Dall’oggetto al soggetto: la giurisprudenza ecocentrica

Con la sentenza T-622 del 2016, la Corte Costituzionale colombiana ha riconosciuto il fiume Atrato come soggetto di diritti, sancendo un cambio di paradigma: la natura non è proprietà dell’essere umano, ma comunità vivente di cui facciamo parte.
Questo approccio ecocentrico si fonda sull’idea che gli ecosistemi possiedano dignità, integrità e capacità di rigenerazione, e che la loro tutela non serva solo all’uomo, ma alla continuità stessa della vita.

Le sentenze successive — come quelle relative al fiume Cauca — hanno rafforzato questo linguaggio giuridico poetico e necessario, dove il diritto alla sopravvivenza umana è inseparabile dal diritto dei fiumi a scorrere, dei boschi a respirare, della terra a guarire.
Le corti colombiane hanno intrecciato i principi di solidarietà intergenerazionale e di pace.

L’ecocidio come crimine e come ferita planetaria

Anche il diritto internazionale avanza in questa direzione: lo Statuto di Roma considera crimine di guerra gli attacchi gravi e duraturi contro l’ambiente naturale.
In Colombia, la Legge 2111 del 2021 ha introdotto il reato di ecocidio, definito come “danno massivo e distruzione generalizzata e sistemica degli ecosistemi”.
Si riconosce così che la devastazione ambientale non è un effetto collaterale, ma un atto deliberato di violenza contro la vita. Tuttavia, non è ancora stato provato che la distruzione degli ecosistemi sia stata usata come arma di guerra. Le esplosioni degli oleodotti, le acque avvelenate, i boschi incendiati restano in una zona grigia tra strategia militare e crimine ecologico.

Il vero compito della giustizia: ascoltare e riparare

La sfida più profonda non è solo giuridica, ma etica e sensoriale: come riparare un fiume contaminato? Come restituire voce a una foresta mutilata? Come sanare la memoria della terra?
Le sentenze che riconoscono la natura come soggetto di diritto rappresentano un inizio, ma la loro efficacia dipenderà dalla presenza reale dello Stato nei territori, dalla volontà politica e dalla forza collettiva delle comunità che continuano a difendere la vita.
Riconoscere la natura come vittima non significa umanizzarla, ma riconoscere noi stessi come parte del suo corpo ferito.
Perché ogni goccia di petrolio versata, ogni albero abbattuto, ogni fiume avvelenato sono ferite condivise tra la Terra e l’umanità.
E forse solo quando la giustizia imparerà ad ascoltare il mormorio dell’acqua e il grido silenzioso del bosco, potremo parlare davvero di pace.

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