Genocidi visibili e genocidi invisibili

Vi sono vari modi di perpetrare genocidi: il più eclatante è determinato dalla guerra e da tutte le azioni che l’accompagnano come nel caso della distruzione con tutti i mezzi del popolo palestinese. Ma vi è anche un altro modo più subdolo, i cui effetti spesso restano nell’ombra o vengono occultati. Si tratta delle sanzioni, un atto del tutto illegittimo, con cui si le potenze occidentali colpiscono i paesi più deboli allo scopo di sottometterli ai loro diktat, provocando milioni di morti, senza suscitare quello scandalo e indignazione invece suscitati dalle guerre.

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Dopo aver sperimentato, sotto i nostri occhi impotenti, il drammatico genocidio dei palestinesi, non ancora terminato, che taluni tacciono o, arrampicandosi sugli specchi, negano, forse è giunto il momento di tentare di stabilire quale sia stato finora il regime più sanguinario della storia moderna, tenendo in conto le varie modalità, non sempre visibili, con cui questo ha liquidato popoli inermi e intere generazioni. Certo è tragico-comico udire personaggi, come il secolare monopolista della storia alla RAI, Paolo Mieli, e la filosofa Donatella Di Cesare, studiosa del ben noto Heidegger ed esponente della “sinistra compatibile”, sostenere che parlare di genocidio nel caso dei Palestinesi alimenterebbe solo sentimenti di odio ben presenti nel comportamento dell’IDF. Evidentemente non sanno, o fanno finta di non sapere, che il diritto nazionale o internazionale si basa sulla classificazione dei comportamenti, in base alla quale individua una colpa e la pena relativa; pertanto, non si preoccupa minimamente delle reazioni soggettive che tale identificazione può comportare. Un furto è un furto, un genocidio è un genocidio, uno stupro è uno stupro, con buona pace di chi ipocritamente cerca di cavillare in nome di non so quali interessi o di un penoso abbaglio ideologico.

Partiamo da un primo dato, ricordato tempo addietro da Manlio Dinucci su Il Manifesto. Secondo un documentato studio di James A. Lucas, presentato da M. Chossudovsky su Global Research, relativo al numero di persone uccise dalla ininterrotta serie di guerre, colpi di stato e altre operazioni sovversive effettuate dagli Stati Uniti dalla fine della guerra nel 1945 ad oggi, risulterebbe che esso ammonta a 20-30 milioni di morti. Si tratta di circa il doppio dei morti provocati dalla Prima guerra mondiale e comprende in maggioranza civili. Se poi a questo numero aggiungiamo i feriti, i mutilati, i morti provocati dalle conseguenze dei conflitti (carestie, epidemie, migrazioni forzate, ecc.), finiamo col parlare di centinaia di milioni di individui che hanno perso la vita a causa di azioni il cui unico scopo era accrescere e mantenere il potere non di un paese, ma di una classe dirigente sempre più transnazionale, scaturita da un sistema socio-economico distruttivo e mortifero.

Sostanzialmente non si tratta di temi nuovi. Basti pensare ai due libri fanta-politici di Susan George, presidente del Transnational Institute, Rapporto Lugano I e II, i quali mettono in evidenza la crisi quasi irreversibile del capitalismo globalizzato e indicano i terribili strumenti elaborati da un inventato gruppo di esperti per bloccarne gli effetti. Nel primo libro si descrivono i metodi, frutto della razionalità capitalistica, effettivamente utilizzati per annientare milioni di esseri umani esclusi dai circuiti economici, che costituiscono solo un peso per l’attuale sistema — conflitti, guerre, sanzioni, spoliazioni, ecc. Nel secondo volume, invece, si spiega per quali ragioni l’élite dominante ha vinto la guerra di classe scatenata negli ultimi decenni contro il 99% della popolazione mondiale, volgendo questa guerra anche verso i popoli dei paesi un tempo più sviluppati, ora in un processo di evidente declino. Del resto, l’autrice di questi due importanti libri non fa che riprendere il Rapporto Kissinger del 1974 (National Security Study Memorandum 200), nel quale si raccomandavano interventi per ridurre la fertilità nei paesi in via di sviluppo, perché la loro esplosione demografica poteva costituire un pericolo per la sicurezza nazionale e gli interessi degli USA, corrispondenti a quelli delle grandi corporazioni. Queste ultime temevano che l’incremento demografico potesse generare movimenti di protesta, acuire i conflitti per le risorse e, di fatto, mettere in pericolo il loro dominio, proponendo ai popoli del mondo il modello della famiglia nucleare come strumento di controllo e riduzione dei bisogni collettivi.

Come giustamente scrive Felix Abt, uomo d’affari svizzero che ha lavorato nella Corea del Nord e in Vietnam: “Per decenni, i politici occidentali hanno presentato le sanzioni come un’alternativa ‘umana’ alla forza militare. In realtà, sono armi che infliggono sofferenze di massa a persone che non hanno alcun controllo sulle azioni dei loro governi”, come dimostra un nuovo, avvincente studio. In esso si dimostra che le sanzioni statunitensi ed europee hanno provocato dal 1970 ad oggi 38 milioni di morti — molto più numerosi di quelli dell’Olocausto — secondo la prestigiosa rivista The Lancet Global Health. Esse costituiscono, nella loro sostanza, un mezzo razionalmente studiato per obbligare le nazioni teoricamente sovrane ad inginocchiarsi dinanzi agli interessi del Nord del mondo.

Andiamo ad esaminare alcuni casi concreti, riguardanti nazioni più piccole e con scarse risorse, che per queste loro specifiche caratteristiche sono maggiormente colpite dalle sanzioni.
In Iraq le sanzioni statunitensi hanno causato la morte di circa 500.000 bambini. Inoltre, dopo la guerra del Golfo, la popolazione non ha più avuto accesso normale all’acqua potabile, all’energia elettrica e ai farmaci, per cui molti iracheni sono deceduti per malnutrizione e a causa di malattie curabili. Per i funzionari delle Nazioni Unite si è trattato anche in questo caso di genocidio. In Corea del Nord le restrizioni all’importazione di fertilizzanti, gasolio e attrezzature agricole hanno causato la carestia, facendo marcire il cibo nei campi. In Venezuela le sanzioni hanno fatto perdere al paese oltre 700 miliardi di dollari di PIL e in un solo anno hanno ucciso 40.000 persone private di alimenti e farmaci. A Cuba le sanzioni — o meglio el bloqueo — contro un paese considerato addirittura terrorista, hanno provocato in più di sei decenni una perdita di oltre due trilioni di dollari, determinando effetti disastrosi sulle condizioni di vita della popolazione, impedendole di nutrirsi e di curarsi adeguatamente.

Abt ricorda che il suo progetto di fornire elettricità tramite il gruppo ABB alle regioni più povere della Corea del Nord, per migliorare le condizioni di vita della popolazione, non si è realizzato a causa degli ostacoli posti dagli USA. Anche l’azienda farmaceutica da lui diretta in Corea del Nord, che produceva anche per l’estero, si è trovata in grande difficoltà perché, a causa delle sanzioni statunitensi, non è più riuscita a produrre farmaci di alta qualità, con grave danno per coloro che ne avevano bisogno. In tutti questi casi le sanzioni sono state vincenti perché si trattava di paesi che non erano in grado di sostituire le importazioni e non disponevano di tecnologie per rendere disponibili le loro risorse. Negli anni ’70, in media, solo 15 paesi erano soggetti a sanzioni unilaterali occidentali, rivolte verso interi sistemi economici, per mettere in crisi i tentativi di industrializzazione, impedire gli scambi commerciali e creare instabilità per far cadere governi ostili.

Vediamo in concreto altri casi, come quello del Cile, preso di mira dal 1970 con lo scopo di far cadere il governo progressista di Salvador Allende. Come è noto, gli USA isolarono il paese, spezzandone i legami commerciali e creditizi. Il programma del presidente eletto — nazionalizzazione delle imprese (come l’estrazione e la produzione del rame), riforma agraria e sanitaria — suscitò la forte opposizione della destra, della Chiesa cattolica e di parte del ceto medio, sfociando nel colpo di Stato sostenuto dagli USA e firmato da Henry Kissinger. Il costo umano dell’evento non fu solo rappresentato dal mantenimento nella povertà di larga parte della popolazione, ma anche dalla violenta repressione esercitata dalla dittatura militare di Augusto Pinochet.

Con la sua popolazione allo stremo, lo Zimbabwe — oggi vicino alla Cina — è in parte ancora oggetto di sanzioni per la solita accusa di violazione dei diritti umani. I beni di alcuni cittadini e società sono stati congelati; tutto ciò ha portato a un’inflazione dell’85%, con conseguenze facilmente immaginabili.

Breve lista dei paesi sanzionati da USA e UE:
Afghanistan, Belarus, Cuba, Democratic Republic of the Congo, Siria(in parte “desanzionata” dopo l’eliminazione del governo di Assad)Iran, Iraq, Libya, Mali, Myanmar, Nicaragua, North Korea, Russia, Syria, Ukraine (occupied territories), Venezuela, Yemen, Zimbabwe

Come si vede, si tratta di piccoli paesi preda di laceranti conflitti alimentati dalle stesse potenze sanzionatrici. Pertanto, il vero problema dell’umanità è un nuovo ordine mondiale da cui sia bandita non solo la guerra, ma anche le sanzioni.

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