Julia del Carmen Chuñil Catricura è scomparsa l’8 novembre 2024. Aveva 72 anni, era madre, presidente della comunità mapuche Putreguel di Máfil e difensora del bosco nativo nella regione di Los Ríos. Un anno dopo, la famiglia ha confermato ciò che la giustizia non aveva voluto ascoltare: in un’intercettazione telefonica, l’imprenditore forestale Juan Carlos Morstadt Anwandter, figlio di coloni tedeschi, ha detto a suo padre che Julia “l’hanno bruciata”.
Da allora, il suo nome è diventato una ferita aperta. Julia non è solo una donna scomparsa: è il riflesso di un Paese che punisce chi difende la terra. In Cile, come in gran parte dell’America Latina, proteggere l’acqua, il bosco o il territorio può costare la vita.
Julia affrontava il potere forestale che divora le colline del sud con la stessa determinazione con cui piantava un albero. La sua comunità, formata da diciassette famiglie mapuche, resisteva al saccheggio e reclamava la restituzione delle terre riconosciute per legge. Dietro la sua sparizione si nasconde una disputa antica: l’eredità coloniale, l’estrattivismo e uno Stato che promette protezione ma lascia soli i difensori ambientali.
La storia si ripete: Nicolasa Quintremán (2013), Macarena Valdés (2016), Emilia Bau (2021). Tutte donne mapuche, tutte assassinate per difendere la natura. Tutte con lo stesso nemico: la cupidigia travestita da progresso.
Il caso Chuñil rivela un modello che non si può più negare: montature, persecuzioni, manipolazioni giudiziarie. La famiglia è stata perquisita più di sei volte, una figlia arrestata e minacciata, mentre il sospettato resta libero. La procura ha indagato più sulle vittime che sull’imputato. L’impunità non è un errore: è una strategia.
In Cile, difendere la terra è diventato un crimen sin nombre. I coloni di ieri oggi siedono nei consigli di amministrazione delle imprese forestali, i loro figli gestiscono fondazioni “verdi” e parlano di sostenibilità mentre distruggono il territorio che non gli appartiene. Lo Stato guarda altrove, firma protocolli e produce campagne ambientali, ma quando una donna come Julia scompare, il silenzio è immediato, calcolato, istituzionale.
La giustizia si muove solo quando la rabbia popolare supera la soglia del tollerabile. In questo schema perverso, il corpo delle donne mapuche diventa territorio di conquista, e la natura un campo di guerra economica. Parlare di Julia non è un atto di memoria: è un gesto di accusa.
Parlare di Julia significa parlare di tutti i difensori ambientali che rischiano la vita per custodire ciò che resta. Secondo Escazú Ahora, l’America Latina è la regione più pericolosa al mondo per chi difende la natura: oltre cento omicidi l’anno, quasi tutti senza giustizia.
Ma il nome di Julia non è scomparso con lei. È dipinto sui muri, scritto sui cartelli, gridato nelle piazze. Dov’è Julia Chuñil? è oggi una domanda che attraversa confini, comunità e coscienze.
Julia sapeva che non si può negoziare con il bosco, che l’acqua non ha prezzo, che la terra non si vende. Per questo l’hanno fatta tacere. Ed è per questo che è urgente continuare a parlare di lei.
Perché quando un corpo scompare, la memoria diventa territorio.
E perché in Cile — come in tutta l’America Latina — resistere è ancora un modo per respirare.
