Fake peace
La parola “pace” è stata piegata a tal punto da diventare strumento di propaganda. Lo dimostra il cosiddetto “piano di pace per Gaza” lanciato da Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Non è stato negoziato con i palestinesi, ma elaborato a migliaia di chilometri di distanza, alla Casa Bianca, tra due attori che hanno da sempre condiviso interessi militari e geopolitici. I destinatari reali — la popolazione palestinese — non hanno avuto voce.
L’accordo parte da un presupposto: Gaza deve essere “deradicalizzata” e liberata dal “terrorismo”. Il peggiore assassino della storia dell’umanità, Netanyahu, usa la parola “terrorismo” come arma retorica: negli anni ’60 era la OLP, oggi è Hamas, domani chiunque resista. Così si criminalizza un popolo intero: famiglie, quartieri, perfino i bambini descritti come “futuri terroristi”, giustificando bombardamenti su scuole, ospedali e campi profughi. Un linguaggio subdolo che ribalta il diritto internazionale e trasforma le vittime in colpevoli, legittimando massacri presentati come difesa.
Tradotto: Hamas deve dissolversi, i suoi membri e simpatizzanti andarsene in esilio; altre fazioni come la Jihad Islamica o i Comitati di Resistenza devono sparire. In sostituzione verrebbe creato un “comitato tecnocratico apolitico” controllato da una “giunta per la pace” internazionale presieduta dallo stesso Trump. Udite, udite: non una pace, ma un commissariamento coloniale.
Un paravento contro l’isolamento internazionale
Il piano serve anche a contenere l’ondata di delegittimazione internazionale che Israele sta affrontando come mai prima. Le vittorie del movimento BDS, la crescente simpatia per la flottiglia umanitaria, i riconoscimenti simbolici dello Stato di Palestina, le denunce alla Corte Penale Internazionale e la causa promossa dal Sudafrica alla Corte Internazionale di Giustizia sono tutti segnali di un isolamento crescente.
Con il piano di Trump, Israele può guadagnare tempo e riposizionarsi, presentando come “pace” ciò che in realtà è consolidamento di potere militare. Le nuove colonie, come il rilancio del piano E1 in Cisgiordania, mostrano la vera traiettoria: fratturare ulteriormente il territorio palestinese e impedire la continuità geografica e politica di un futuro Stato.
Cedono qualcosa Netanyahu e Trump?
La risposta è chiara: nulla, o quasi nulla. Anche nella versione più “benevola” del piano, l’unico gesto di apparente apertura sarebbe la sospensione temporanea dell’annessione di Gaza e del trasferimento forzato della sua popolazione verso l’Egitto o verso zone remote dell’Africa. Ma non è una concessione: è un rinvio tattico.
Il vero obiettivo è guadagnare tempo. Dopo due anni di assedio e migliaia di vittime, Israele si trova in un impasse militare. Nonostante bombardamenti di portata enorme, la popolazione non è stata annientata né espulsa in massa. In questo contesto, il piano offre a Netanyahu la possibilità di presentarsi come negoziatore di pace, mentre di fatto mantiene e legittima la presenza militare israeliana senza limiti di tempo.
La storia mostra che Israele ha sempre sfruttato ogni tregua per avanzare la colonizzazione: dopo il 1967, dopo Oslo, e oggi ancora. Senza garanzie né meccanismi di applicazione, il rischio è che la “nuova Gaza” segua lo stesso destino della Cisgiordania: frantumata, invivibile, lentamente inghiottita dagli insediamenti.
Gli assassini scrivono accordi di pace?
Il piano Trump-Netanyahu non è un accordo di pace, ma la normalizzazione della logica coloniale: nega ai palestinesi il diritto all’autodeterminazione, li esclude da ogni tavolo e li criminalizza collettivamente. La parola “pace” diventa una beffa, un’etichetta per istituzionalizzare la violenza. Gli assassini decidono sulla pace? Si è mai vista un’assurdità del genere? Una violazione sistematica di ogni diritto internazionale e di ogni logica. La falsa pace di oggi non è altro che il proseguimento della guerra con altri mezzi: un genocidio travestito da accordo.
Molti mezzi di informazione e alcune voci della cosiddetta sinistra hanno fallito nel ruolo minimo che spetta al giornalismo: mettere al centro i fatti e le vittime, non la narrazione dei potenti. Troppo spesso hanno normalizzato il linguaggio di chi parla di “pace” mentre legittima il controllo e l’occupazione, ripetendo pedissequamente termini come “deradicalizzazione” o “terrorismo” senza verificare fonti, senza interrogare le omissioni del piano e senza dare spazio alle voci palestinesi. È inaccettabile che politici e giornalisti parlino di “accordo di pace” come se nulla fosse: non c’è pace quando un popolo è occupato, bombardato, privato di rappresentanza; non c’è pace quando i bambini sono trattati come bersagli legittimi; non c’è pace quando la sicurezza di uno si fonda sull’annientamento dell’altro.
Chi informa ha il dovere di chiamare le cose con il loro nome — e fino a quando non lo farà, il racconto pubblico continuerà a coprire e facilitare la violenza.
