C’è un momento in ogni guerra in cui il nemico smette di essere una minaccia militare e diventa un problema d’immagine. È lì che non servono più i missili, ma i comunicati stampa. Le pause nei bombardamenti, le “finestre umanitarie”, gli annunci di tregua non nascono da compassione o senso di giustizia, ma da un’urgenza mediatica: disinnescare l’attenzione globale prima che diventi pressione reale.
Israele, oggi, si gioca la faccia. La guerra su Gaza ha lasciato un’eredità di devastazione civile tale da trasformare lo Stato israeliano, nell’immaginario collettivo, da potenza democratica a potenza coloniale. Non serve più nemmeno la propaganda araba per attivare la condanna: ci sono le immagini, i dati, le testimonianze. C’è il sangue in diretta. E c’è la verità che arriva, giorno dopo giorno, dai corpi straziati dei civili.
Per questo lo stop ai bombardamenti non è una concessione ai palestinesi, ma un appello disperato al mondo occidentale: “Guardate, ci stiamo fermando. Possiamo tornare a essere rispettabili. Non costringeteci all’isolamento.”
In questo schema, il giornalismo è il nemico interno da controllare e il mezzo da manipolare. Dopo mesi di divieti, blocchi, censure e limitazioni, ora si autorizzano gli ingressi. Non perché sia cambiata la politica, ma perché bisogna restituire l’illusione del cambiamento.
Così si “aprono” i corridoi per la stampa. Si mostrano ospedali (quelli non ancora crivellati). Si fanno visitare i mercati (quelli ancora con merci sugli scaffali). Si distribuiscono scene selezionate, curate, digeribili. Tutto per decomporre lo sguardo globale, deviarlo, riorientarlo. Far dire ai media: “Le cose stanno migliorando. Guardate, stanno facendo entrare i giornalisti.”
L’obiettivo non è fermare la guerra. È farle cambiare nome. Da “massacro” a “intervento difensivo”. Da “occupazione” a “necessaria sicurezza”. Da “apartheid” a “conflitto complesso”.
E gli Stati Uniti? Sempre presenti. Sempre “preoccupati”. Sempre “alleati di Israele”. Sempre pronti a firmare accordi in stanze chiuse per decidere il futuro di un popolo che non siede al tavolo. Perché è questo il nodo: la pace palestinese viene decisa senza i palestinesi. È scritta da Netanyahu, firmata a Washington, e venduta come soluzione al mondo. Il popolo palestinese resta spettatore della propria condanna.
Netanyahu non è solo crudele. È sistemico. È il volto di un regime che ha interiorizzato la normalità dell’occupazione e l’ha resa architettura permanente. E dietro di lui, il vero potere non è lo Stato di Israele, ma l’egemonia americana che lo protegge, lo arma, lo copre diplomaticamente.
E allora lo stop ai bombardamenti non è la fine di nulla. È una messa in pausa del massacro per esigenze di palinsesto. Serve a consentire ai telegiornali di cambiare canale, ai leader europei di evitare dichiarazioni scomode, ai social network di aggiornare l’algoritmo.
Per chi ha perso la casa, i figli, la madre, il lavoro, la propria identità sotto le macerie di Rafah o Deir al-Balah, questa tregua è solo una presa in giro: una tregua mediatica, non umanitaria.
Il mondo non sta assistendo alla fine della guerra. Sta assistendo a una ristrutturazione della narrativa del potere, che ha bisogno di ridipingere la sua maschera prima del prossimo atto. E mentre si dipinge, il popolo palestinese continua a morire. Solo con meno telecamere.
