Candidatura di Donald Trump al Nobel per la Pace

La candidatura di Donald Trump al Premio Nobel per la Pace svuota il senso della parola "pace": un riconoscimento che dovrebbe premiare chi costruisce pace, ma che finisce per candidare un vero pagliaccio della politica internazionale.

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Tra interventi militari, tagli all’aiuto umanitario e politiche aggressive, Trump ha spesso alimentato conflitti anziché risolverli.
Questa nomination è un insulto al significato originale del Nobel e alla dignità della pace.

Se qualcuno avesse detto, dieci anni fa, che Donald Trump sarebbe stato candidato al Premio Nobel per la Pace, probabilmente sarebbe stato preso per pazzo.
Eppure, eccoci qua. L’assurdità ha varcato il confine dell’incredibile, per trasformarsi in realtà politica.
La candidatura di Trump al Nobel per la Pace, più che un riconoscimento, rappresenta un monumento al ridicolo della diplomazia contemporanea e una denuncia spietata di come l’istituzione del Nobel sia stata progressivamente svuotata di ogni senso autentico.

Chi può davvero candidarsi al Nobel per la Pace?
Formalmente, la lista è lunga e selettiva: parlamentari, ministri, ex vincitori, accademici, giudici internazionali e figure religiose di rilievo.
Insomma, non un appannaggio di chiunque.
E allora, come è stato possibile che un politico come Trump, il cui curriculum è un vero e proprio bollettino di crisi, violenze e politiche aggressive, sia finito in questa corsa grottesca?
La risposta è semplice: la politica internazionale, e il Nobel in particolare, sono terreno di manovra e spettacolo, dove la realtà si piega alla convenienza e all’ideologia.

La motivazione ufficiale per la candidatura di Trump è stata la sua presunta mediazione negli Accordi di Abramo, che hanno normalizzato i rapporti tra Israele e alcuni Paesi arabi.
Un successo diplomatico? Forse. Ma a quale prezzo?
Nessun progresso significativo è stato registrato per il popolo palestinese, escluso da qualsiasi trattativa seria, mentre l’instabilità in Medio Oriente non accenna a diminuire.
Intanto, le vendite di armi americane schizzano alle stelle, mentre i conflitti proseguono indisturbati.

Il resto del suo “curriculum di pace” è un bollettino di guerra e distruzione: tagli indiscriminati agli aiuti umanitari (in particolare in America Latina e Africa), ritiro unilaterale dagli accordi multilaterali, incremento degli attacchi militari, compreso il lancio della “madre di tutte le bombe” in Afghanistan e l’uccisione mirata del generale Soleimani in Iran.
A questo si aggiungono guerre commerciali che hanno devastato economie globali e sanzioni che hanno lasciato morire di fame i civili in Paesi come Venezuela e Cuba.

Dietro lo slogan “America First” si cela un disprezzo totale per la cooperazione internazionale e per qualunque tentativo serio di costruire una pace duratura.
La diplomazia è stata trasformata in un reality show, fatto di tweet, insulti e tattiche propagandistiche, mentre milioni di persone hanno sofferto per colpa di politiche aggressive e disumane.

Ma cosa ha fatto Trump, esattamente, per la “pace”?

Diamo un’occhiata al suo curriculum da pacifista:

  1. Ha tagliato fondi e delegittimato l’ONU
    Sotto Trump, gli Stati Uniti si sono ritirati da:
    UNESCO
    Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU
    Accordo di Parigi sul Clima
    In pratica, tutto ciò che includeva la parola “diritti” o “cooperazione”.
  2. Ha affamato i più poveri con l’USAID a singhiozzo
    Trump ha tagliato miliardi all’aiuto estero (USAID), bloccando programmi sanitari, scolastici e agricoli in decine di Paesi, soprattutto in Africa e America Latina.
    Nel 2019, tagliò 500 milioni di dollari in aiuti a Guatemala, Honduras ed El Salvador.
    E poi si è lamentato dell’immigrazione.
  3. Ha continuato (e in certi casi aumentato) i bombardamenti
    • Ha lanciato la “madre di tutte le bombe” in Afghanistan (la più potente non nucleare mai usata).
    • Ha autorizzato più attacchi con droni rispetto a Obama.
    • Ha ordinato l’uccisione del generale iraniano Soleimani, rischiando un’escalation di guerra.
    • Ha mantenuto la presenza militare USA in Siria, Iraq, Afghanistan, Somalia, Yemen.
    La pace? Per ora, solo nel nome del premio — al quale solo sua moglie sa quanto.
  4. Ha imposto dazi e sanzioni unilaterali
    Guerra commerciale con la Cina, dannosa per centinaia di migliaia di lavoratori globali.
    Sanzioni contro Cuba, Venezuela, Iran: colpiti i governi, ma a morire di fame sono stati i poveri.
    Tariffe doganali punitive anche contro alleati europei.
    La diplomazia? Lasciata a Twitter.

America First, il resto del mondo… chi se ne frega

palcoscenico personale, dove l’arte della mediazione è stata sostituita da slogan, insulti e battute da spettacolo comico. Ha ridicolizzato Greta Thunberg mentre chiedeva più carbone, separato famiglie al confine come se fossero pedine sacrificabili, lasciato spazio e legittimità ai gruppi suprematisti con silenzi studiati o frasi ambigue. Durante la pandemia, la sua gestione non ha solo fallito: ha contribuito ad aumentare il numero dei morti, come se la scienza fosse un’opinione e il virus un nemico da prendersi in giro piuttosto che da combattere.

Eppure, nonostante tutto questo, è stato candidato al Premio Nobel per la Pace. Un paradosso talmente estremo da sembrare una caricatura: come se il McDonald’s ricevesse tre stelle Michelin solo perché “piace al pubblico”.
La candidatura di Trump non è solo un’anomalia: è il simbolo del degrado morale della politica internazionale e della stessa credibilità del Nobel, che sempre più spesso appare come un premio usato per operazioni di immagine, geopolitica o propaganda, piuttosto che come riconoscimento autentico a chi contribuisce alla pace.

In questo senso, più che un’eccezione, la vicenda Trump-Nobel è un termometro: misura quanto si siano abbassate le aspettative sul significato di “pace”, e quanto si sia trasformata la politica globale in un gioco di specchi, dove ciò che conta non è ciò che si fa, ma ciò che si riesce a far credere di essere.

Non è stato eletto, ma solo la candidatura di Trump è un grave insulto ai veri costruttori di pace e un segnale inquietante di quanto la politica internazionale si sia allontanata dal suo senso di esistere.
L
a pace non è un gioco di potere, né uno spettacolo mediatico da premiare con un trofeo.

È il diritto fondamentale delle persone, delle comunità e dei popoli oppressi. E finché continueremo a celebrare figure simili, la pace rimarrà solo un’illusione. Serveprendere sul serio la politica, non nuove nomination grottesche.

 

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