Colombia si difende da Washington

Nel Gran Caribe cresce la tensione: gli Stati Uniti, con la scusa del narcotraffico, dispiegano portaerei, droni e basi militari mentre aumentano le sanzioni contro Colombia e Venezuela. Gli attacchi in mare, le operazioni della CIA e la punizione di Petro segnano il ritorno dell’interventismo americano nel cuore dell’America Latina.

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Paula Jesus
Paula Jesus, laureata in Filosofia del Linguaggio, è fotografa e regista cilena migrante in Italia. La sua ricerca unisce giornalismo, arti visive e diritti umani, con...
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Un nuovo fronte, lo stesso linguaggio

Nelle acque del Mar dei Caraibi e del Pacifico colombiano, il mare è tornato a parlare il linguaggio del potere. Dallo scorso settembre, almeno trenta persone sono state uccise in una serie di attacchi contro imbarcazioni civili, ordinati direttamente dall’ex presidente statunitense Donald Trump.
Il Pentagono li definisce “operazioni antinarcotici”, ma per il governo colombiano si tratta di attacchi unilaterali, privi di base giuridica, e contrari al diritto internazionale.

Giovedì, il ministero degli Esteri di Bogotá ha diffuso una nota ufficiale che condanna gli episodi come «una minaccia alla pace regionale e alla sicurezza collettiva».
Il documento invoca la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e il principio di non intervento, ricordando che nessuno Stato può esercitare azioni di polizia o di guerra in acque internazionali senza autorizzazione o cooperazione multilaterale.

«Queste operazioni non solo mancano di fondamento giuridico», si legge, «ma mettono in pericolo vite umane e la stabilità dell’intera regione latinoamericana».

Dietro la freddezza diplomatica, però, si intravede un atto politico: la Colombia ha deciso di rompere un lungo silenzio di sudditanza nei confronti della potenza statunitense.

Petro e la democrazia sotto attacco

Il presidente Gustavo Petro non si è limitato a denunciare la violazione territoriale. Ha legato gli attacchi a un disegno più ampio: quello di destabilizzare il suo governo, primo nella storia colombiana apertamente progressista e anti-neoliberista.

«Non si tratta di sicurezza né di droga», ha dichiarato Petro, «ma di controllo politico. Ogni volta che un Paese del Sud prova a essere sovrano, arriva la violenza travestita da cooperazione».

Nelle parole del presidente si legge la consapevolezza di un’eredità storica: l’America Latina come spazio “da amministrare”, non da riconoscere.
Da decenni, il linguaggio della sicurezza — traffico di droga, terrorismo, stabilità regionale — è servito da copertura per le politiche di intervento, disciplinamento e privatizzazione del continente.

Trump ha reagito con la consueta brutalità. Ha definito Petro un “delinquente” e un “produttore di droga”, minacciando “misure molto severe” contro Bogotá e annunciando la sospensione dei “sussidi” statunitensi.
Ma il ministro dell’Interno Armando Benedetti ha respinto l’accusa, ribaltando la narrativa:

«Quei fondi non sono aiuti: sono contratti travestiti da cooperazione. Servono a finanziare imprese statunitensi e a perpetuare una guerra fallita contro le droghe e contro la nostra sovranità.»

Il lessico dell’intervento

Secondo fonti della Marina colombiana, le bombe statunitensi hanno colpito piccole imbarcazioni di pescatori, rotte commerciali locali e navi cargo regionali. Nessuna comunicazione preventiva, nessun avviso diplomatico.
Per Washington, tutto rientra nella routine militare: la stessa che per decenni ha giustificato droni, raid, e “missioni di sicurezza” in Medio Oriente e nel Corno d’Africa.

Il lessico è sempre lo stesso: operazioni preventive, protezione degli interessi nazionali, lotta al crimine organizzato.
Ma la logica è coloniale.
Le ONG regionali e internazionali — tra cui la Commissione Interamericana dei Diritti Umani, Human Rights Watch e WOLA — hanno denunciato gli attacchi come violazioni del diritto umanitario e del principio di sovranità.

In un comunicato congiunto, hanno definito la nuova strategia statunitense una “versione marittima della guerra preventiva”, concepita per controllare i flussi commerciali, i movimenti migratori e le rotte di esportazione energetica.

Il mare, ancora una volta, diventa frontiera e laboratorio: una zona dove la legge si sospende e l’eccezione diventa norma.

Una geopolitica della dipendenza

La tensione tra Petro e Trump non nasce nel vuoto. Fa parte di una frattura più profonda tra il Nord e il Sud globale, tra chi possiede la tecnologia militare e chi subisce le sue conseguenze.

Negli ultimi anni, la Colombia ha cercato di ridefinire la propria posizione geopolitica.
Con Petro, il Paese ha interrotto la linea storica di obbedienza alla politica statunitense sul narcotraffico, ha ridotto la cooperazione militare diretta e ha aperto canali diplomatici con Venezuela, Cuba e Brasile.
Una mossa che a Washington viene letta come un’eresia geopolitica, un allontanamento dall’ordine stabilito.

L’attacco, dunque, non è solo militare. È un messaggio: ricordare alla Colombia chi comanda.
Un monito rivolto anche agli altri governi latinoamericani che negli ultimi anni hanno tentato di sganciarsi dall’orbita statunitense.

Il diritto internazionale come frontiera politica

“Il diritto internazionale è l’unico cammino per sfuggire alla barbarie”, ha dichiarato Petro in un discorso trasmesso in diretta nazionale.
Una frase che suona quasi anacronistica in un tempo in cui il diritto sembra valere solo per chi può farlo rispettare.

La Colombia, un Paese storicamente subordinato alle strategie militari statunitensi, prova oggi a usare il linguaggio delle norme come strumento di autodifesa politica.
Non un atto di retorica, ma un tentativo di costruire un campo di legittimità alternativo alla forza.

Al Congresso, alcuni parlamentari hanno proposto di convocare una sessione straordinaria della CELAC per elaborare una risposta congiunta dell’America Latina.
L’obiettivo non è isolare Washington, ma riaffermare il principio che il continente non può più essere governato per delega.

Un mare di ombre

Gli attacchi nel Mar dei Caraibi e nel Pacifico non sono un semplice incidente militare.
Sono la manifestazione fisica di un ordine mondiale in cui le parole — sicurezza, democrazia, cooperazione — vengono usate come armi.
Il linguaggio diplomatico copre la realtà: bombe su pescherecci, minacce politiche, propaganda.

Petro ha scelto di sfidare apertamente quel linguaggio, pagando il prezzo dell’isolamento e della campagna mediatica che lo dipinge come “nemico dell’Occidente”.
Ma la posta in gioco è più grande: non è solo la Colombia, è l’intero Sud globale che rivendica il diritto di definire sé stesso senza intermediari.

Sulle coste del Pacifico, tra i resti di barche distrutte e reti abbandonate, le famiglie delle vittime attendono ancora un nome, una spiegazione, un gesto di giustizia.
Ma sanno che la guerra di cui sono state vittime non si combatte solo in mare.
Si combatte anche nelle parole.
Nelle mappe del potere.
Nel modo in cui il mondo sceglie di guardare — o di non guardare.

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