Terrorista a chi?

L’accusa di “terrorismo” è un’arma politica: assolve la violenza degli Stati e criminalizza il dissenso.

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Quando a colpire sono gli Stati, chi detiene – per dirla con Max Weber – il “monopolio legittimo della violenza”, allora il massacro prende il nome solenne di “guerra”, o di “difesa legittima”. Quando a colpire sono i deboli, quelli che non hanno armi sofisticate, né eserciti regolari, né seggi all’ONU, allora diventano “terroristi”. L’asimmetria semantica non è un dettaglio linguistico: è una strategia di potere.

I Mapuche cileni che difendono le loro terre ancestrali, etichettati come terroristi sotto una legge ereditata dalla dittatura di Pinochet. I No Tav in Val di Susa, trattati come una minaccia alla sicurezza nazionale per aver bloccato un cantiere. I No MUOS in Sicilia e i comitati per l’acqua pubblica, infilati nelle stesse categorie di pericolo pubblico. I Sioux Lakota e gli altri popoli nativi americani a Standing Rock, infiltrati e sorvegliati dall’FBI come se difendere l’acqua fosse sabotaggio. I palestinesi che resistono a un’occupazione decennale, ridotti a un’unica etichetta, qualunque sia la forma della loro lotta. I nostri fratelli e sorelle sono da decenni ridotti a un’unica parola: terroristi.

Questi popoli non sono fantasmi folklorici da cartolina. Sono comunità con una visione del mondo, un sentimento politico incorruttibile e sincero. Il loro legame con la terra è ragione di vita e di lutto. Quando gridano “basta”, gridano contro l’espropriazione materiale e simbolica, contro il silenzio imposto da chi controlla i mezzi di produzione del senso, contro la violenza dei gigante della terra.

Ma perché vengono accusati di terrorismo? Chi formula l’accusa e su quali basi?

Il termine “terrorismo” ha una definizione tecnica sfuggente. Per le Nazioni Unite non esiste un’unica definizione universalmente accettata; prevale una descrizione generica: atti di violenza contro civili, compiuti per intimidire una popolazione o costringere un governo a un cambiamento politico. Questa definizione però, applicata senza contesto, diventa un’arma retorica.

Il terrorismo è una categoria politica prima ancora che giuridica. Serve a disegnare il perimetro del dicibile: chi protesta diventa pericoloso, chi difende la terra diventa eversivo, chi resiste all’oppressione diventa criminale. È il nemico che permette allo Stato di riaffermare la propria sovranità. Schmitt lo spiegava senza ipocrisia: la politica è distinzione tra amico e nemico. Definire qualcuno “terrorista” non è descrivere un fatto, è produrre un nemico.

Agamben aggiunge: nello stato di eccezione, le persone etichettate come terroristi diventano “nuda vita”, vite che possono essere colpite senza tutele. Campi di prigionia, liste nere, esecuzioni extragiudiziali: tutto diventa possibile, perché il linguaggio ha già spogliato quelle persone della loro umanità politica.

Israele e i minori: “terroristi” oggi e “futuri terroristi” domani?

L’attribuzione pubblica dell’etichetta di “terrorista” o “futuro terrorista” a minori palestinesi va oltre la dimensione retorica: svolge una funzione giuridico-politica precisa. Inserire un bambino in una categoria preventiva di minaccia significa anticipare la colpevolezza, spostando la valutazione dal comportamento concreto a un’appartenenza etnica o nazionale percepita come pericolo strutturale. Nel linguaggio del diritto penale si tratta di una forma di criminalizzazione preventiva, che contraddice il principio di responsabilità individuale e mina le tutele specifiche garantite ai minori dalle Convenzioni internazionali (tra cui la Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia). Questo uso estensivo del termine “terrorista” consente di applicare strumenti straordinari — tribunali militari, detenzione amministrativa, demolizioni punitive — al di fuori delle garanzie ordinarie, e normalizza un regime di eccezione permanente. In termini di analisi del potere, etichettare minori come potenziali terroristi consolida l’idea di una minaccia collettiva, legittimando un quadro securitario che sposta il conflitto dal piano dei singoli atti illeciti al piano dell’identità, riducendo la possibilità di soluzioni politiche e di protezione giuridica effettiva per l’infanzia nei territori palestine.

Criminalizzare il dissenso

L’uso selettivo dell’accusa di terrorismo opera come strumento di ingegneria politica: sposta la questione dal piano delle rivendicazioni sociali e ambientali a quello della “sicurezza nazionale”, dove il dissenso cessa di essere legittimo e diventa minaccia esistenziale. In termini schmittiani, è l’atto sovrano di definizione del nemico: trasformare il conflitto politico in guerra morale, così che qualsiasi mezzo — sorveglianza di massa, tribunali speciali, sospensione delle garanzie processuali — diventi accettabile. Questa dinamica produce un doppio effetto: depoliticizza le cause strutturali (disuguaglianze, espropriazioni, colonialismo interno) e iper-politicizza i soggetti che resistono, riducendoli a entità monolitiche da neutralizzare. Come nota Agamben, lo stato di eccezione diventa la regola: il potere estende il proprio campo d’azione, travestendo la gestione ordinaria del dissenso da emergenza permanente. Così, proteggere l’integrità di un fiume o denunciare un’occupazione non è più un atto civico, ma un crimine contro l’ordine; l’atto di resistenza smette di essere interlocuzione politica e diventa un pretesto per consolidare assetti di potere che non vogliono essere messi in discussione. In questo modo, l’etichetta di terrorismo non è solo una condanna morale: è un dispositivo di governo che ridefinisce i confini stessi della cittadinanza e della democrazia.

 

Oltre l’ipocrisia semantica

Attenzione, ci rivolgiamo sopratutto ai maestri della manipolazione: parlare di terrorismo non significa negare la realtà della violenza cieca o dell’estremismo armato. Significa rifiutare la semplificazione che assolve i forti e condanna i deboli. Un drone che cancella un villaggio non è meno terrorismo di un’autobomba. Un blocco economico che affama un popolo non è meno violento di un assalto armato. Tuttavia, i codici linguistici  che ci governano non lo ammettono: gli Stati hanno il privilegio di ribattezzare la loro violenza “difesa”, “stabilità”, “pace”.

Criminalizzare i movimenti sociali e i popoli indigeni serve a proteggere interessi economici e geopolitici, non la sicurezza collettiva. Chiamare terrorismo ciò che non si riesce o non si vuole ascoltare è il riflesso automatico di un potere che teme il confronto politico.

Troppo spesso il giornalismo (anche le grandi testate internazionali) abdica a questa funzione critica. I titoli delle grandi testate – “Accusa di terrorismo” – vengono pubblicati con l’aria di chi registra un fatto neutro, ma in realtà attivano un dispositivo di potere: spostano l’opinione pubblica, legittimano repressioni, distruggono reputazioni. Ogni redattore sa che quell’etichetta non è neutra, che equivale a una condanna preventiva, e tuttavia la ripete per comodità, per timore di apparire indulgente, o per servilismo verso la linea editoriale. È un tradimento della deontologia: trasformare il linguaggio del potere in informazione è il gesto più infimo che un giornalista possa compiere. Così, le redazioni che dovrebbero interrogare il potere diventano i suoi amplificatori, e la stampa che dovrebbe essere “quarto potere” si riduce a stenografa delle accuse. Questo non è solo un errore professionale: è un collasso etico che contribuisce a rendere fragile la democrazia, perché perpetua l’idea che il dissenso debba essere criminalizzato e che la violenza di Stato sia sempre legittima.

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