Europa in stato vegetativo

L’Europa, ridotta a retrovia degli Stati Uniti e prigioniera della NATO, sopravvive come mercato ma non come soggetto politico. La “morte cerebrale” evocata da Macron descrive un continente in stato vegetativo, incapace di immaginare un futuro autonomo.

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Europa in stato vegetativo

Nel novembre 2019 Emmanuel Macron, allora al suo primo mandato come presidente francese, dichiarava al The Economist che la NATO stava vivendo una “morte cerebrale”. Non era soltanto una provocazione: era un atto d’accusa contro l’alleanza militare e, al tempo stesso, contro l’Europa stessa. Quel discorso è oggi più che mai sempre più attuale.

Secondo Macron, l’Europa si era dimenticata della propria storia. Non più comunità politica, ma mercato espansivo e autoreferenziale. Non più progetto collettivo di pace e cooperazione, ma ingranaggio di un ordine economico che sopravvive solo finché non è costretto a guardare oltre il proprio ombelico. La crisi di identità europea non è nata con la guerra in Ucraina né con il conflitto in Medio Oriente, ma ha radici più profonde: nel rapporto irrisolto con gli Stati Uniti e nel mancato riconoscimento del nuovo equilibrio globale, dominato dall’ascesa cinese.

L’Europa sotto tutela

La NATO è sempre stata il dispositivo con cui Washington ha garantito che l’Europa rimanesse allineata agli interessi statunitensi. Dopo la caduta del Muro di Berlino, l’alleanza avrebbe potuto sciogliersi. Invece si è allargata a Est, inglobando progressivamente gli ex satelliti dell’URSS e spingendo i confini dell’influenza occidentale fino alle porte della Russia.

La guerra in Ucraina ha confermato questa dinamica: l’Europa si è schierata senza esitazioni dietro gli Stati Uniti, adottando sanzioni durissime contro Mosca, accettando un impatto economico devastante e aumentando le spese militari fino a livelli mai visti dagli anni della Guerra fredda. Di fronte all’urgenza di difendere la “sicurezza europea”, i governi hanno dimenticato le promesse di transizione ecologica e coesione sociale, riversando miliardi in armamenti e gas liquefatto americano.

In questo contesto la NATO non appare morta, ma più viva che mai. Eppure, se si guarda con lo sguardo di Macron, l’alleanza rivela il vuoto politico dell’Europa: la sua incapacità di elaborare una strategia autonoma, di pensarsi come soggetto geopolitico indipendente.

Dalla comunità del carbone e dell’acciaio alla subordinazione

La memoria europea nasceva dal carbone e dall’acciaio: trasformare le materie prime della guerra in fondamento di un progetto comune di pace. Oggi, a distanza di settant’anni, l’Unione Europea sembra intrappolata nel mercato unico come unico collante. Ma quando il mercato viene scosso – dalle pandemie, dalle guerre, dalle crisi energetiche – la fragilità emerge.

Macron denunciava tre dinamiche:

  1. Il ripiegamento americano, che dopo Trump e con Biden continua a oscillare tra isolazionismo e interventismo selettivo.
  2. L’ascesa cinese, che ridisegna le rotte commerciali e diplomatiche mondiali.
  3. La perdita della memoria storica europea, con governi che riducono l’integrazione a un esercizio tecnico e burocratico.

Il risultato? L’Europa non riesce più a pensarsi come “potere globale”. È ridotta a retrovia degli Stati Uniti, con poca o nessuna influenza nei conflitti che pure bussano alle sue porte: Ucraina, Mediterraneo, Medio Oriente, Sahel.

Il paradosso della “autonomia strategica”

Negli ultimi anni Bruxelles ha coniato un’espressione che suona rassicurante: “autonomia strategica”. Significa poter decidere in modo indipendente su commercio, difesa, tecnologie, energia. Ma la realtà mostra il contrario: dipendenza dal gas statunitense, dalla tecnologia asiatica, dai mercati globali. L’Europa discute di autonomia mentre le sue industrie si delocalizzano, i suoi sistemi sanitari collassano e le sue frontiere diventano teatri di guerra contro migranti che fuggono da conflitti e catastrofi climatiche.

L’autonomia strategica si rivela un simulacro: un lessico che maschera la mancanza di coraggio politico. La NATO, lungi dall’essere superata, diventa la cornice obbligata: senza di essa l’Europa non saprebbe immaginare la propria sicurezza.

La marginalizzazione globale

Il “riequilibrio del mondo”, come lo definiva Macron, si manifesta in ogni vertice internazionale. La Cina guida il blocco dei BRICS allargati, che ora includono anche Paesi chiave come Arabia Saudita, Egitto ed Emirati. L’Africa rivendica spazi di autonomia, con golpe che cacciano potenze europee come la Francia dal Sahel. L’America Latina, tra Lula e Petro, prova a costruire agende regionali indipendenti.

In questo panorama, l’Europa appare come un continente stanco, incapace di parlare con una sola voce. Divide e frammenta, oscillando tra gli interessi agricoli francesi, l’industria tedesca, la precarietà italiana, le ambizioni polacche. Ogni crisi diventa terreno di ricatto reciproco.

La NATO tiene insieme i pezzi, ma lo fa imponendo la logica della sicurezza militare come unico linguaggio possibile. È la prova che la “morte cerebrale” evocata da Macron non riguarda soltanto l’alleanza, ma l’Europa stessa: un corpo che sopravvive biologicamente, ma senza coscienza politica.

Guerra, mercato, oblio

Il ritorno della guerra sul continente, dalla Jugoslavia negli anni ’90 fino all’Ucraina di oggi, ha dimostrato quanto fragile sia l’idea di “pace europea”. L’Europa che avrebbe dovuto trasformare le rivalità in comunità, oggi trasforma i conflitti in business: armi, energia, ricostruzione. La logica del mercato colonizza anche il dolore umano.

Così l’Unione si riduce a un attore che esegue: implementa sanzioni, ratifica trattati, finanzia la corsa agli armamenti. Ma fatica a definire un progetto politico che vada oltre la sopravvivenza. La morte cerebrale di cui parlava Macron è proprio questo: il vivere meccanico di un corpo incapace di pensare.

Cosa resta da salvare?

L’Europa non è morta biologicamente. Ma rischia di esserlo politicamente. È diventata un’istituzione senza immaginazione, prigioniera della NATO, incapace di proporre un’alternativa di pace e cooperazione in un mondo multipolare.

La domanda che resta aperta è se esista ancora spazio per una rinascita. Una nuova Europa che non sia solo mercato, ma comunità di destino. Che riconosca il peso della sua storia coloniale, che sappia emanciparsi dalla tutela statunitense, che veda nella pace e nella giustizia globale il proprio orizzonte.

Per ora, però, la diagnosi di Macron sembra ineludibile: l’Europa sopravvive in stato vegetativo, agganciata a macchine esterne – la NATO, il dollaro, il mercato globale – senza riuscire a immaginare se stessa come soggetto politico. Una morte cerebrale da cui non basta una scossa tecnica per risvegliarsi: serve un atto politico radicale, che ancora non si intravede.

E qui va riconosciuto un paradosso: anche se Macron non ci piace, su questo aveva proprio ragione.

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