Saluti dall’Europa

L’ipocrisia europea: un continente che si proclama paladino dei diritti umani ma stringe patti con regimi repressivi, finanzia milizie e alimenta conflitti lontano dai propri confini. Dietro la facciata pacifista, l’Europa conduce guerre per procura e tradisce i valori che proclama, trasformando pace e diritti in strumenti a geometria variabile.

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Paula Jesus
Paula Jesus, laureata in Filosofia del Linguaggio, è fotografa e regista cilena migrante in Italia. La sua ricerca unisce giornalismo, arti visive e diritti umani, con...
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Che volto ha oggi l’Europa? Se la fotografassimo, apparirebbe come una signora ben vestita, che parla di diritti con disinvoltura mentre sotto il tavolo stringe patti con torturatori. Una cittadinanza di serie A, quella europea, con passaporti potenti, voli low cost, master internazionali: privilegi riservati a chi nasce dalla parte giusta della frontiera.

Eppure, c’era un’altra idea di Europa. Quella che disse “no” ai totalitarismi, che cercò di guarire le ferite del colonialismo, che sognava welfare, cooperazione, pace, asilo. Oggi quell’elenco sembra una barzelletta. Crescono i fondi per il riarmo, si taglia su cultura, salute e istruzione. E mentre si celebrano i “valori europei”, si lascia annegare chi fugge da guerra e fame nel Mediterraneo.

La violenza, in certi casi, non è un mezzo: è l’unico modo che resta agli oppressi di affermare la propria esistenza

Jean-Paul Sartre

Europa, falsa paladina dei diritti umani

L’Europa manda aerei per spegnere gli incendi nei boschi israeliani, ma resta muta quando bruciano vivi i bambini palestinesi. Si erigono muri contro i migranti, ma si spalancano le porte ai capitali sporchi. Si celebra la sostenibilità mentre si depredano terre lontane, estraendo litio, rame, oro e manodopera a basso costo.

Si criminalizzano le ONG che salvano vite, si sequestrano navi, si firmano accordi con la Guardia costiera libica, nota per torture e tratta di esseri umani. L’asilo, un tempo sacro, è diventato una scocciatura burocratica.

Nel grande teatro dell’UE, si recita la parte dei paladini dei diritti umani. Ma dietro le quinte, si stringono accordi con regimi repressivi come Egitto, Tunisia, Marocco, Libia. Poco importa se lì i rifugiati vengono imprigionati o spariscono nel nulla: basta che non arrivino a Lampedusa.

Sul fronte interno, carta bianca a Ungheria e Polonia nello smantellare la democrazia, mentre i governi testano strumenti di sorveglianza di massa. Le disuguaglianze tra nord e sud, est e ovest crescono; periferie e territori rurali abbandonati in favore delle metropoli. L’uguaglianza? Solo una parola da discorso ufficiale, tra un calice di champagne e un caffè.

La Libia, laboratorio di ipocrisia

L’Unione Europea ama presentarsi al mondo come garante della pace, dei diritti e della stabilità, ma la Libia dimostra il contrario. Dopo il crollo di Gheddafi (2011), Italia e Francia, con l’intera UE, hanno abbandonato il Paese al caos permanente: milizie armate, traffici illeciti, frammentazione politica, una guerra civile intermittente che dura da oltre un decennio.

Il Memorandum del 2017 firmato dall’Italia con l’avallo dell’UE è il simbolo di questa ipocrisia: presentato come cooperazione per fermare la tratta, è diventato un outsourcing della violenza. Il controllo migratorio europeo è stato appaltato alla Guardia costiera libica, più volte denunciata per torture, abusi e collusione con i trafficanti. In cambio di fondi europei, Tripoli fa il lavoro sporco che Bruxelles non vuole vedere: trattenere, imprigionare, annientare i migranti lontano dagli occhi dell’opinione pubblica.

La Libia è un laboratorio di ipocrisia geopolitica: un Paese destabilizzato dalle stesse potenze che ora lo usano come barriera umana. Ma la responsabilità europea non si ferma lì: invasione illegale dell’Iraq (2003), guerra siriana, accordi con regimi repressivi, conflitti nel Sahel, collasso di Mali, Niger, Sudan. L’Europa non è spettatrice: è attore diretto.

Invece di affrontare le cause profonde delle migrazioni forzate – instabilità, saccheggio delle risorse, indebitamento – l’UE rafforza i meccanismi neocoloniali sotto la maschera della “cooperazione allo sviluppo”. L’Africa diventa zona cuscinetto, non partner. E la crisi ricade sempre sulle spalle dei più vulnerabili.

La Palestina, laboratorio di ipocrisia al quadrato

La Palestina è il banco di prova più evidente dell’ipocrisia europea. L’UE si proclama garante del diritto internazionale, ma il suo linguaggio è un guscio vuoto: condanne formali, “preoccupazioni”, “pause umanitarie”. Intanto, a Gaza si consuma un assedio genocidario. Bruxelles continua a rifugiarsi nella retorica del “diritto alla sicurezza di Israele”, evitando di nominare le punizioni collettive, gli spostamenti forzati, la distruzione sistematica di ospedali e scuole.

Mentre stipula miliardi di euro di accordi con Tel Aviv, l’UE si limita a “esprimere rammarico”. Una retorica che normalizza lo sterminio. Chi critica Israele rischia di essere equiparato ad antisemita; chi denuncia, viene censurato. La causa palestinese sparisce dal dibattito pubblico.

E Bruxelles, cosa fa? Poco o niente. Nessuna sanzione a Israele, nessuna sospensione di accordi commerciali, nessun embargo sulle armi. Con la Russia o l’Iran mano pesante, con Israele occhi chiusi. L’UE rimane paralizzata, spettatrice e complice.

Fate la Guerra, ma non a casa mia! Ora: facciamo ordine

  • Interventi militari mascherati: dopo il 2011 (crollo di Gheddafi), Francia e Italia hanno giocato un ruolo centrale nei raid in Libia insieme alla NATO. Risultato? Il Paese è collassato in guerra civile permanente.
  • Missioni esterne: ci sono almeno una ventina di missioni militari o di addestramento finanziate dall’UE (Sahel, Mali, Niger, Somalia, Mediterraneo) con il pretesto di “formare eserciti locali” o “contrastare i trafficanti”. Ma spesso si tratta di consolidare regimi fedeli a Bruxelles, non democrazie.
  • Proxy wars: l’UE non bombarda direttamente in Siria o Yemen, ma fornisce armi, tecnologia, accordi economici a Stati (es. Arabia Saudita, Egitto, Israele) che conducono guerre brutali con il beneplacito europeo.

Sì, è brutto dirlo ma l’Europa orchestra guerre a distanza, non solo per interessi economici generici, ma per quattro motivi chiave:

  1. Energia e risorse strategiche
    • Gas e petrolio dalla Libia, Algeria, Azerbaijan, Golfo Persico.
    • Minerali strategici dall’Africa e Sudamerica: litio, coltan, rame, cobalto, indispensabili per la “transizione verde” e l’industria tecnologica.
    • Senza questi, l’Europa non potrebbe reggere la concorrenza di Cina e USA.
  1. Controllo delle rotte migratorie
  • L’Europa non vuole “ondate migratorie”. Allora finanzia regimi e milizie fuori confine (Libia, Tunisia, Turchia) per bloccare i migranti prima che arrivino al Mediterraneo. Questo è un modo di esternalizzare la violenza: non costruisci un muro a Lampedusa, paghi altri perché lo facciano al posto tuo prima che arrivino nella Bella Italia.
  1. Mercato delle armi
    • Stati membri come Francia, Germania e Italia sono tra i maggiori esportatori mondiali di armi.
    • Le guerre in Africa, Medio Oriente e persino in Asia hanno dietro armi europee.
    • La guerra diventa business industriale per sostenere economie nazionali.
  1. Influenza geopolitica

  • L’Europa cerca di mantenere un ruolo nello scacchiere internazionale accanto a USA e Cina. 
  • Le guerre per procura (Libia, Sahel, Siria) servono a mantenere zone d’influenza e “stati cuscinetto” che proteggano i confini europei e i suoi mercati.
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Viva l’Europa, viva la guerra

 

I giornali europei parlano ai propri cittadini di guerre “lontane”, ma non per empatia o per uno sguardo globale. Lo fanno perché, in un modo o nell’altro, quelle guerre riguardano direttamente l’Europa. Solo che non si combattono a Berlino, Parigi o Milano: si combattono a Tripoli, Bamako, Gaza. La comunicazione diventa così un paravento subdolo: produce disinformazione, normalizza l’orrore e riflette l’etica distorta di un continente che alimenta ciò che finge di condannare.

Dietro la narrativa pacifista si nasconde un’evidenza scomoda: se i cittadini europei conoscessero davvero il peso della complicità dell’UE nei conflitti, il mito dell’Europa “progetto di pace” crollerebbe. Ma la guerra viene dislocata: le bombe cadono lontano, rendendo la violenza invisibile a chi vive dentro la “fortezza Europa”. Lo schermo mediatico completa l’opera: si parla di “crisi migratorie”, mai delle politiche estere che alimentano quelle fughe.

Infine, l’Europa “saluta da lontano”. Non combatte guerre dentro i propri confini, ma le conduce altrove, spesso delegandole a regimi, milizie o missioni armate, per difendere il proprio modello economico. Un modello che si regge su quattro pilastri:

  • Energia e risorse strategiche – gas, petrolio, litio, coltan, terre rare: senza queste materie prime, l’industria e la “transizione verde” europea collasserebbero.

  • Controllo delle migrazioni – pagare dittatori e milizie perché fermino le persone prima che arrivino alle frontiere.

  • Industria militare – Francia, Germania e Italia sono tra i principali esportatori di armi al mondo; ogni conflitto esterno diventa un mercato.

  • Influenza geopolitica – mantenere un posto al tavolo dei grandi (USA, Cina, Russia) garantendo zone d’influenza e regimi amici.

Per questo Bruxelles investe miliardi in missioni militari all’estero, nell’addestramento di eserciti locali e in accordi con dittatori o milizie. Così, l’Europa non sporca i propri salotti né rischia i propri cittadini, e può continuare a vendersi come “continente pacifico” mentre difende i suoi interessi a colpi di bombe, contratti e trattati segreti.

Il problema non è solo nelle azioni, ma nel tradire il modello che si proclama. Se questa è l’Europa, allora va ripensata radicalmente. Non da chi la governa, ma da chi la abita, la attraversa, la sogna diversa. Perché chi può davvero riconoscersi in un’Europa che tratta vita, morte e diritti a geometrie variabili?

L’Europa è letteralmente la creazione del Terzo Mondo

Frantz Fanon

La vera barbarie non è soltanto nella violenza, ma nell’ipocrisia: presentarsi come garante di pace e democrazia, mentre si stringono patti con i carnefici e si voltano le spalle alle vittime. L’Europa non ama dirsi continente che fa la guerra: preferisce parlare di “cooperazione”, “missioni di pace”, “stabilizzazione”. Ma, nei fatti, combatte guerre fuori dai suoi confini — non sempre con carri armati e bombardamenti, spesso con strumenti meno visibili, ma non meno violenti.

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