Ius sanguinis, addio bisnonno

La nuova legge sulla cittadinanza non difende l’italianità: la restringe, la purifica, la misura con il metro del sangue più “vicino”. È un altro modo per decidere chi è degno di appartenere e chi resta fuori — come fa la destra ogni volta che parla di patria, famiglia, confini. In nome dell’identità, Meloni costruisce un’Italia sempre più piccola: quella che ha paura di mescolarsi perfino con la propria storia.

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Addio bisnonno: l’Italia di Meloni frena il sangue di spaghetti

Di un discendente (non riconosciuto) del signor Giovanni Luigi Maria Alfredo Pietro Giuseppe Rossi.

Fino a poco tempo fa, bastava avere un bisnonno nato in Italia (magari un trisavolo con baffi finti e certificato di battesimo scritto in dialetto calabrese) per chiedere la cittadinanza italiana per ius sanguinis — cioè per diritto di sangue. Con un po’ di pazienza, documenti apostillati e una foto della nonna con la pasta fatta in casa, uno poteva diventare italiano… almeno sulla carta. Quel sogno… è finito. Il 28 marzo 2025, il Governo Meloni ha approvato un decreto legge che ha cambiato (anzi, stravolto) le regole della cittadinanza per discendenza. La riforma, che nessuno ha chiamato poeticamente “Dolce Vita” ma piuttosto: “Modifica del riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis”, ha stabilito che per essere automaticamente italiani non basta più avere un bisnonno italiano. Da ora in poi bisogna avere: un padre o una madre nati in Italia, oppure un nonno o una nonna nati in Italia. I bisnonni, trisavoli, e tutti quei cari avi che lasciarono la Sicilia o l’Abruzzo per vendere formaggio a Buenos Aires… non bastano più. Servono solo per racconti di famiglia e per decorare ristoranti. Sì, perché questa riforma non tocca solo gli uffici consolari o le prefetture. Colpisce un intero immaginario collettivo. Che ne sarà della diaspora italo-sudamericana, dove milioni si sono sentiti italiani per via del nonno che portava le bretelle, gridava “Mamma mia!” e cucinava lasagne ogni domenica? Cosa ne sarà di tutte quelle “Trattoria Roma”, “Da Giovanni” o, peggio, della gloriosa “Pitzeria Napoli’s” — con menù in itagnolo, salsa “bolognesa” e camerieri che dicono “gracie”? Ora, tutto questo resta un folklore. L’italianità del cuore non sarà più sufficiente per avere quella agognata carta d’identità con la scritta “Repubblica Italiana”. Il governo Meloni ha detto che bisogna evitare abusi: troppa gente che vuole la cittadinanza solo per vivere in Germania o in Spagna. Bisogna alleggerire i consolati, sommersi da migliaia di richieste con documenti del 1800 scritti a mano. E soprattutto: bisogna difendere la vera italianità, quella che non mangia la pizza con l’ananas e non fa il cappuccino dopo pranzo. Insomma: se non hai un nonno nato in Italia e non vivi nel Bel Paese, la cittadinanza te la puoi scordare. I discendenti in America Latina, che per anni hanno raccolto atti di nascita, certificati, foto sbiadite e ricette della nonna, ora hanno tre opzioni: 1) Dimostrare un “legame effettivo” con l’Italia (facile a dirsi, difficile a dimostrarsi), 2) Trasferirsi in Italia, farsi la fila e aspettare la naturalizzazione come chiunque altro, 3) Accettare che la propria italianità… è un fatto affettivo, non burocratico. Quel filo rosso che univa l’Italia all’Argentina, al Brasile, al Venezuela, all’Uruguay… si sta assottigliando. Non basta più chiamarsi Esposito, mangiare gnocchi il 29 o avere un santino del Papa nel portafogli. La riforma ha messo un freno al sogno di “ritorno alle origini” di milioni di persone. Ma tranquilli: le “Pitzerie” rimarranno aperte. Solo che ora, sulla porta, ci sarà scritto: “Italiano sì… ma senza passaporto.”

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