Born a Girl in Pakistan

La libertà di scegliere nascendo ragazza in Pakistan. Un destino già scritto e la speranza di cambiare il futuro che non svanisce.

By
Aiman Mudasar
Aiman Mudasar è una studentessa appassionata di arte, pianoforte, poesia e cucina, ambiti nei quali esprime emozioni e creatività. Nata in Pakistan, vive oggi in Italia.
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Quando siamo piccoli, ci insegnano che tutto è possibile. Ci dicono che il mondo è vasto, senza confini, e che il futuro ci appartiene. Ma è una bugia.
La libertà che respiriamo da bambini non è che un inganno temporaneo, un sogno fragile che svanisce appena ci rendiamo conto che il nostro destino è già stato scritto da altri.
La verità più dolorosa è che il destino di milioni di bambine viene ancora deciso altrove, oggi, nel 2025. Non è un racconto lontano, è il presente: nelle case, nei villaggi, nei matrimoni imposti. È una libertà rubata che non fa notizia perché non conviene raccontarla, perché è più comodo che resti invisibile.

In Pakistan si dice spesso che “è la nostra cultura” a stabilire chi sei e chi puoi diventare. Ma “cultura” non significa solo tradizioni: è anche politica, struttura sociale, sistema di potere. È l’intreccio di leggi, silenzi e regole invisibili che controllano i corpi delle donne e decidono i destini delle famiglie. Non è un fatto neutro, è un progetto preciso: conservare un ordine che conviene a chi comanda.
Se nasci maschio, sei accolto con gioia e speranza; se nasci femmina, la gioia è trattenuta, avvolta da un velo di silenzio e dispiacere. È come se il valore di una vita si misurasse in base al genere.

Eppure l’infanzia, per noi, sembrava una promessa di libertà. Correvamo nei campi, ci arrampicavamo sugli alberi, sentivamo il vento tra i capelli mentre gli aquiloni riempivano il cielo. I manghi dolci erano la nostra ricompensa segreta, i ghiaccioli delle sere d’estate il nostro lusso. Sul tetto di casa, di notte, inventavamo mondi guardando le stelle: eravamo convinti che il futuro fosse nostro, che nessuno potesse toglierci quei sogni.
Ma non lo sapevamo ancora: già allora qualcuno aveva deciso chi saremmo stati.

La scuola era la nostra unica via di fuga. Non significava solo imparare a leggere e scrivere, ma sperare che, forse, un altro destino fosse possibile. Non era un sogno irraggiungibile, era un piccolo spiraglio: la possibilità di credere, almeno dentro di noi, che non tutto fosse già deciso.

Poi il tempo si è incrinato. A poco a poco abbiamo capito che la libertà era un’illusione. Le ragazze non potevano più correre né immaginare: arrivava il matrimonio, imposto dai genitori, scelto non per amore ma per convenienza, alleanze, interessi. Nessuna voce in capitolo, nessuna possibilità di ribellarsi. Solo un ruolo: moglie, madre, figlia. Una destinazione che annullava ogni sogno.
I ragazzi non erano più liberi di scegliere neppure loro. Dovevano portare denaro a casa, farsi carico della famiglia, rinunciare a sé stessi. Anche per loro la strada era tracciata, senza possibilità di deviazioni.

Quei bambini e quelle bambine che sognavano di toccare il cielo oggi sono adulti. Il mondo non è cambiato quanto speravano, ma dentro di loro cova una volontà ostinata: non permettere che la storia si ripeta. Lottano perché i figli non debbano subire lo stesso destino.

Ma la verità più dolorosa è che il destino di milioni di bambine viene ancora deciso da altri, oggi, nel 2025. Non è un racconto del passato, è il presente. È una libertà rubata che non fa notizia perché è scomoda, troppo vicina a noi, troppo simile a ciò che preferiamo non vedere.

La speranza, che un giorno, finalmente, il diritto di sognare non sarà più un privilegio, ma un diritto universale, è ciò che alimenta la loro lotta per un cambiamento che ancora non si è compiuto. È questa la libertà che si augurano di poter donare ai propri figli: una libertà che non svanisce, una libertà che si concretizza in azioni, in scelte e in opportunità.

E allora chi legge non può illudersi: credere che tutto questo appartenga solo a un “altro mondo” è un errore. Ogni volta che restiamo in silenzio davanti a una discriminazione, ogni volta che accettiamo la comodità al posto della giustizia, stiamo diventando complici. Stiamo consegnando il coltello a chi taglia i sogni degli altri.



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