Frantz Fanon non è una citazione per intellettuali annoiati.
È stato psichiatra, rivoluzionario e intellettuale caraibico, nato in Martinica sotto il dominio coloniale francese (1925–1961), e divenne una delle voci più feroci contro il colonialismo e il razzismo strutturale. Ex ufficiale dell’esercito francese nella Seconda guerra mondiale, Fanon passò dall’uniforme coloniale alla lotta di liberazione algerina, smascherando le ipocrisie dell’Occidente “civilizzatore”. Le sue parole non offrono carezze: sono lame che incidono la carne viva dell’Europa.
La vera cultura è la Rivoluzione. Fanon parla a un centimetro dal volto dell’Occidente bianco. Non ha paura. Jean-Paul Sartre lo sapeva bene quando scrisse la prefazione: questo libro non consola, brucia.
Fanon ricorda agli europei che il loro benessere è costruito sulle ossa dei colonizzati. Non c’è spazio per il dubbio: il progresso dell’Europa è stato pagato con il sangue africano, arabo e asiatico. Non è un’iperbole, è un atto d’accusa.
Descrive un mondo spaccato in due, fatto di città del colono e città del colonizzato:
La città del colonizzato è una città accovacciata, una città in ginocchio, una città piegata su se stessa. È una città di sporchi negri, di luridi arabi.
Nel contempo avverte: il colonizzato non è un corpo docile.
“Dominato, ma non addomesticato… aspetta pazientemente che il colono allenti la sua vigilanza per saltargli addosso.”
Le analisi marxiste, dice, non bastano: qui la razza è economia e l’economia è razza.
Fanon non invita a compromessi: chiama alla lotta. La sua lingua è quella di un capo militare che arringa il popolo: mobilitazione, fronti di battaglia, vittorie e disfatte. Non c’è neutralità possibile. Fanon ci sbatte in faccia l’etica antica del “nessuno si salva da solo” e denuncia la pigrizia morale dell’Europa, che ancora oggi si rotola nel lusso costruito con il saccheggio coloniale.
Lui stesso non scrive, urla:
“Il benessere e il progresso dell’Europa sono stati edificati col sudore e i cadaveri dei negri, degli arabi, degli indiani, dei gialli. E questo, noi decidiamo di non dimenticarlo più.”
Anche dopo il crollo delle strutture coloniali, i danni non finiscono: resta un continente ferito, senza medici, senza ingegneri, con fame e miseria distribuite come una geografia. Fanon ci avverte che la guerra non finisce con una bandiera issata: le piaghe del colonialismo restano aperte, l’umiliazione e il terrore permangono e si ereditano, di generazione in generazione, tra i colonizzati.
Questo libro non si legge per sentirsi buoni: si legge per sentirsi responsabilizzati(se europei). Per decidere così da che parte stare.
Sicuramente non è un libro che si fa leggere nelle scuole dello Stato di Israele.
