Guerra nel Gran Caribe

Nel Gran Caribe cresce la tensione: gli Stati Uniti, con la scusa del narcotraffico, dispiegano portaerei, droni e basi militari mentre aumentano le sanzioni contro Colombia e Venezuela. Gli attacchi in mare, le operazioni della CIA e la punizione di Petro segnano il ritorno dell’interventismo americano nel cuore dell’America Latina.

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Dopo settimane di apparente calma, la tensione nel Gran Caribe è esplosa di nuovo. Dalla metà di ottobre, la sequenza di movimenti militari, minacce diplomatiche e sanzioni economiche disegna una mappa inquietante: gli Stati Uniti si preparano a un nuovo fronte di guerra, questa volta nel cuore del continente americano.

Tutto comincia con un gesto simbolico e paradossale. Il 10 ottobre, la leader venezuelana di opposizione María Corina Machado riceve il Premio Nobel per la Pace — per poi essere smentita e disconosciuta, pochi giorni dopo, dallo stesso Donald Trump, che ne aveva sostenuto la candidatura. È la scintilla di un copione già noto: il linguaggio della pace come preludio all’intervento.

Basi, radar, bombardieri

Il 14 ottobre, l’ormai ex comandante del Southern Command, ammiraglio Alvin Holsey, intraprende un tour lampo nei Caraibi orientali, toccando Antigua e Barbuda e Grenada: due minuscoli Stati sovrani, membri dell’ALBA-TCP e di Petrocaribe, alleanze storiche nate dall’iniziativa venezuelana di Hugo Chávez.
Ufficialmente, la visita riguarda “cooperazione tecnica” e installazione di radar. In realtà, secondo fonti militari latinoamericane, l’obiettivo è stabilire infrastrutture d’intelligence e pre-posizionare personale statunitense in aree strategiche per il controllo aereo e marittimo.

Appena un giorno dopo, il cielo venezuelano viene solcato da due bombardieri B-52, seguiti da un B-1 supersonico. Non è un’esercitazione: è un messaggio. “Sorvolo di ricognizione”, dice il Pentagono. Ma nelle piattaforme di tracciamento i voli appaiono a pochi chilometri dallo spazio aereo venezuelano.
Nel frattempo, gli F-35 si ammassano a Porto Rico, nella vecchia base di Roosevelt Roads.

Il linguaggio della guerra si ripete con variazioni minime: dissuasione, sicurezza, libertà di navigazione. Ogni parola serve a spostare un confine, non solo militare ma semantico.

Esecuzioni nel Pacifico

Il 21 e 22 ottobre, due imbarcazioni civili vengono affondate nel Pacifico colombiano. Il Pentagono parla di “unità narcoterroriste”. Le autorità colombiane parlano di esecuzioni extragiudiziali.
Tra le 43 vittime identificate, anche pescatori. Uno di loro, Alejandro Carranza, era a bordo di una piccola barca alla deriva, con la luce di segnalazione accesa.
«È stata colpita in acque territoriali colombiane, non in mare aperto», denuncia il presidente Gustavo Petro.

Washington nega. La sequenza però è ormai chiara: si sperimenta un nuovo modello di guerra senza dichiarazione, un prototipo di “azione preventiva” in mare, fuori dal controllo delle Nazioni Unite e al di là di ogni giurisdizione.

Il ritorno della CIA

Il 22 ottobre Trump dichiara di aver autorizzato la CIA a compiere “operazioni coperte” in territorio venezuelano.
Una settimana prima, The New York Times aveva già anticipato che la misura includeva “finanziamento di gruppi dissidenti, sabotaggi informatici e attacchi a infrastrutture critiche” — in altre parole, un manuale aggiornato di cambio di regime.

Niente di nuovo, se non il luogo e la data.
Dal colpo di Stato contro Jacobo Árbenz in Guatemala nel 1954 alla guerra contro il sandinismo in Nicaragua negli anni ’80, la storia dell’America Latina è costellata di operazioni “coperte” che di segreto hanno solo il nome.
Cuba, Cile, Brasile, Bolivia, Honduras: la lista è lunga, e l’obiettivo ricorrente. Impedire che il Sud diventi soggetto politico autonomo.

Ora, la dottrina si aggiorna con il lessico della contemporaneità: cyberwar, destabilizzazione mediatica, fake news, lawfare. Ma la logica è la stessa. Sostituire governi legittimi con regimi docili, in nome della libertà.

La militarizzazione del mare

Il 23 ottobre Washington annuncia, insieme a Trinidad e Tobago, esercitazioni militari congiunte a soli undici chilometri dalle coste venezuelane. Partecipa il cacciatorpediniere USS Gravely.
La premier trinitense Kamla Persad-Bissessar — già sostenitrice di Guaidó e delle politiche migratorie più dure verso i venezuelani — è ora al centro delle critiche interne. Ma il messaggio è chiaro: il Caribe torna a essere mare di guerra.

Lo stesso giorno, Trump si difende dalle accuse di escalation promettendo che “nessuna guerra è stata dichiarata”. Poi, però, annuncia che le operazioni “si sposteranno presto dal mare alla terraferma venezuelana”.

In Venezuela, il governo risponde con esercitazioni militari di 72 ore: la simulazione di un’invasione reale.

La punizione di Petro

Il giorno dopo, il 24 ottobre, il Tesoro statunitense annuncia nuove sanzioni: nel mirino finiscono Gustavo Petro, sua moglie, suo figlio e il ministro Armando Benedetti.
Vengono inseriti nella Clinton List, l’elenco dei soggetti “coinvolti nel traffico di droga”.
Un’accusa paradossale: la produzione di coca in Colombia è in calo, le confische in aumento, e l’Ecuador è diventato il nuovo epicentro della rotta. Ma i dati non contano. Le sanzioni non sono mai una risposta: sono una narrazione.

Dietro l’operazione giudiziaria si cela un messaggio politico: punire chi non obbedisce.
Petro paga il prezzo del suo discorso a New York in difesa della Palestina e della sua scelta di rompere con la logica securitaria imposta da Washington.

L’ombra del portaerei

Il segnale più inquietante arriva la sera stessa: il segretario alla Difesa Pete Hegseth annuncia lo spostamento del portaerei USS Gerald R. Ford dal Mediterraneo al Mar dei Caraibi, scortato da una flottiglia di supporto.
Diecimila soldati, caccia, droni, un sottomarino nucleare.
Se fino a pochi giorni fa un’invasione sembrava fantascienza, oggi appare una possibilità tattica studiata.

Distruggere “imbarcazioni di narcotrafficanti” con un portaerei è come usare una bomba atomica per schiacciare una mosca. Ma l’obiettivo non è militare. È simbolico. È spostare la linea del potere dal linguaggio alla presenza.

Il Caribe torna così a essere un mare nostrum coloniale, circondato da basi, radar, alleati obbedienti e silenzi imposti.

La guerra che non osa dirsi tale

Ogni guerra comincia con una parola, e quella parola è sempre “sicurezza”.
Oggi la “sicurezza” serve a giustificare ciò che non si può dire: il ritorno dell’imperialismo militare nel continente americano.

Le operazioni nel Gran Caribe, le sanzioni contro la Colombia, le minacce a Caracas non sono episodi isolati: sono la tessitura di una nuova guerra eterna, disegnata per non dichiararsi mai.
Un conflitto diffuso, a bassa intensità, ma di alta visibilità geopolitica, in cui il diritto internazionale è ridotto a retorica e la parola “pace” a strategia comunicativa.

Dietro ogni radar installato, ogni esercitazione, ogni nave in movimento, si nasconde la stessa domanda:
chi controlla il mare, controlla la narrazione.
E oggi, più che mai, il potere si misura non solo in territori occupati, ma in verità conquistate.



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