Oggi, 12 ottobre 1492 si commemora ancora una volta l’invasione spagnola dell’Abya Yala, la terra dei popoli originari, oggi conosciuta come America Latina. Nelle parole di Bartolomé de las Casas, questo evento ha significato, soprattutto, la distruzione di vite umane, poiché i cristiani spagnoli consideravano i nativi come “sterco” per potersi impossessare del loro oro:
“La causa per cui i cristiani hanno ammazzato e distrutti tali e tante e in numero incalcolabile anime, è da ricercare solamente nel fine ultimo dell’oro, di accumulare ricchezze in pochissimo tempo, e di elevarsi ad alte posizioni affatto sproporzionate alla qualità delle loro persone, e conviene sapere che, spinti da un’insaziabile cupidigia e da un’ambizione tali da non trovar raffronto al mondo, essendo in terre così prospere e ricche, abitate da genti tanto umili, pazienti e facili da assoggettare, non hanno avuto alcun rispetto, considerazione o stima (dico il vero perché ne sono stato testimone per tutti quegli anni), e li hanno considerati non dico alla stregua delle bestie (piacesse a Dio che come bestie li avessero trattati e rispettati), ma dello sterco che si trova nelle piazze … (De las Casas Bartolomé, Brevissima Relazione della distruzione delle indie, a cura di Paolo Collo, Edizioni cultura dalla pace, 1991, p. 34).”
Tuttavia, ciò che molte persone e molti governanti ricordano non sono queste parole strazianti e offensive per la dignità umana, bensì la narrazione di come gli spagnoli ci abbiano portato la “civiltà”. Ascoltando queste affermazioni, sembra che siamo ancora all’epoca degli invasori spagnoli, che ci definivano selvaggi e ci trattavano come letame per appropriarsi delle nostre ricchezze, guidati dalla loro smisurata ambizione.
La persistenza dei maltrattamenti
È mancato, e manca ancora, il riconoscimento e la memoria storica di tutto il male che è stato fatto nell’Abya Yala. Ci sono stati diversi gesti nel corso della storia, ma non sono sufficienti; ancora oggi, le persone che appartengono ai popoli originari sono trattate come “selvaggi da civilizzare”.
A Cusco, capitale dell’impero Inca e culla della cultura quechua, un giudice nel 2016 ha deciso che un processo pubblico contro cinque membri delle ronde contadine di Marcapata, tutti di cultura quechua e giudicati per aver esercitato la loro giustizia ancestrale nel rispetto dei diritti umani, dovesse svolgersi a porte chiuse. Nonostante le nostre proteste e la richiesta di motivare tale decisione, il giudice ha insistito, affermando di aver ordinato un processo privato perché “i membri della comunità di Marcapata bruciano fascicoli e cartelle processuali”. Sebbene non lo abbia detto letteralmente, in altre parole li ha definiti dei selvaggi da civilizzare.
Un altro momento, c’è stato quando dieci leader di organizzazioni indigene di Chumbivilcas, a Cusco, venivano processati per aver esercitato il loro diritto di protesta contro un’azienda mineraria che inquinava la loro acqua. Venivano chiesti in totale più di ottant’anni di carcere per reati mai dimostrati. Quando il direttore generale dell’azienda fu chiamato a testimoniare e gli fu chiesto perché riteneva che i leader avessero agito in quel modo, rispose che “non capivano il progresso” che la miniera rappresentava e che bisognava “farli ragionare”. Il procedimento giudiziario è ancora in corso, dal 2012.
Questi casi possono sembrare delle eccezioni, e da due esempi specifici non si può generalizzare. Tuttavia, essi coincidono con ciò che è ancora presente nella nostra società, nella vita di tutti i giorni. A volte si vive in silenzio perché nessuno vuole essere discriminato o umiliato.
Dati che riflettono la colonialità
Questa realtà coincide anche con dati su larga scala. Durante il periodo di violenza politica in Perù (1980-2000), quando Sendero Luminoso e il Movimento Rivoluzionario Túpac Amaru cercavano il potere con mezzi violenti, tra questi gruppi e le forze dell’ordine che commisero violazioni dei diritti umani, più di 60.000 persone furono assassinate e fatte sparire. Il 75% di esse era di origine quechua o aymara, appartenente ai popoli originari che ancora oggi sopravvivono in Perù.
Più di recente, tra dicembre 2022 e febbraio 2023, quando le persone del Perù andino meridionale, in maggioranza quechua, si sono sollevate per esercitare il loro diritto di protesta e chiedere le dimissioni del governo e nuove elezioni dopo la destituzione del presidente Pedro Castillo, 50 persone sono state uccise per mano delle forze dell’ordine. Secondo il Relatore delle Nazioni Unite per la libertà di espressione nel suo rapporto dell’agosto 2023, il 75% delle vittime era anch’esso di origine quechua o aymara.
Questo accade anche nell’Amazzonia peruviana, colombiana, brasiliana ed ecuadoriana, dove le persone dei popoli indigeni vengono assassinate o incarcerate per essersi opposte a industrie estrattive come lo sfruttamento di idrocarburi, l’estrazione mineraria e quella del legno, che stanno danneggiando uno dei polmoni dell’umanità: l’Amazzonia. Gli indigeni si prendono cura dei loro fiumi e foreste, e con ciò agiscono a favore dell’umanità.
Il pensiero coloniale persiste
Presentiamo alcuni esempi per dimostrare che, anche se non viene detto apertamente, il giudice, l’imprenditore, i governanti e persino i rappresentanti di partiti estremi vedono gli indigeni come dei selvaggi da civilizzare. Nei loro circoli ristretti lo dicono senza vergogna.
Aníbal Quijano ci spiega che sebbene la colonizzazione, ovvero l’occupazione territoriale, sia terminata, il pensiero coloniale o la colonialità non lo sono. Questo pensiero ha un elemento razziale che continua a considerare i popoli indigeni come inferiori, il che legittima l’idea che altri possano decidere per loro, e un altro elemento di potere.
Inoltre, ci dice che ci è stato inculcato che dobbiamo ammirare quegli invasori perché ci hanno portato la “civiltà”, e di conseguenza, dobbiamo essere loro grati per tutto il bene che presumibilmente ci hanno portato. Questa logica serve a mantenere una forma di potere; coloro che la pensano così vedono minacciata la loro posizione quando vengono messi in discussione dai popoli originari o da coloro che desiderano creare Stati multiculturali e pluriculturali, dove tutti siano considerati uguali.
Riscrivere la storia e i nostri sentimenti
Fortunatamente, ora ci sono più voci che dicono il contrario e che cercano di ricostruire la nostra storia, le nostre narrazioni, partendo da ciò che siamo: una moltitudine di diversità. Come diceva il letterato peruviano José María Arguedas, siamo “tutti i sangui” (todas las sangres), e da questa prospettiva cerchiamo di ricostruirci e creare una narrazione diversa, partendo dalla storia, dal diritto, dalla filosofia e, soprattutto, dalle conoscenze ancestrali dei nostri popoli originari, da cui abbiamo molto da imparare, ad esempio, per combattere gli effetti avversi del cambiamento climatico e proteggere i beni comuni per l’intera umanità, come la biodiversità e l’Amazzonia.
Le lotte dei popoli indigeni e delle organizzazioni sociali per difendere l’ambiente, per la dignità e per combattere il razzismo, ci dimostrano che c’è una grande forza che ci muove e che, a un certo punto, riusciremo a cambiare le forme di governo e di diritto che ancora si basano sulla colonialità. Due tentativi importanti in tal senso sono state le costituzioni di Bolivia ed Ecuador, che riconoscono la madre terra, la Pachamama, e la natura come soggetti di diritto.
È un lavoro che non spetta solo a noi dell’Abya Yala; in questo dobbiamo imparare a tessere ponti anche con le persone dei paesi del nord che vogliono ricostruire la storia per porre fine a un modo globalizzato di fare le cose, anteponendo la ricchezza a tutto il resto. Più importante dell’oro o delle ricchezze è poter vivere in pace, serenamente e con dignità, non solo come popoli dell’Abya Yala, ma come popoli dell’intera umanità.
