Il piano Netanyahu–Trump e gli articoli controversi
Sulle prime pagine dei giornali e nei deliri comunicativi provenienti da Washington domina il progetto in 20 punti che Netanyahu ha firmato negli USA, non prima di aver fatto modificare il testo concordato dall’inviato americano Witcoff con i Paesi arabi, mediatori con Hamas. Nel documento reso noto da un tronfio Donald Trump non compaiono più né il ritiro dell’esercito israeliano da Gaza — “le Forze di Difesa Israeliane si ritireranno secondo standard, traguardi e scadenze legati alla smilitarizzazione… fino alla linea concordata” — né il riconoscimento dello Stato Palestinese, ridotto a semplice aspirazione. L’articolo 19 recita: “potrebbero crearsi finalmente le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese, che riconosciamo come aspirazione del popolo palestinese”.
Si attende la risposta di Hamas, ma Netanyahu ha già dichiarato che “non ci sarà mai uno Stato palestinese”. I membri più oltranzisti del suo governo hanno minacciato di opporsi con forza alla ratifica dell’intesa, al punto che viene spontaneo chiedersi perché l’onere di un mancato accordo debba ricadere soltanto sugli estremisti palestinesi.
Tra business, ambiguità e assenza di pace
Qualunque formula che ponga fine alla strage deve essere accolta con favore, ma parlare di trattato di pace appare improprio. Il testo definitivo è stato concordato da Trump e Netanyahu, condito dalla minaccia “Hamas accetti il piano o sperimenterà l’inferno”, senza un vero coinvolgimento palestinese, se non per tramite di mediatori vicini a Washington. Non si prevede un cessate il fuoco immediato: la fine delle violenze è subordinata all’accettazione del piano. Dietro le parole di principio si intravede il progetto di trasformare Gaza in un affare economico: non a caso Tony Blair, indicato dal Financial Times come uno degli sviluppatori del piano “Riviera Gaza”, è coinvolto nell’operazione.
Le garanzie ai palestinesi sono vaghe o nulle: resteranno cittadini di quale entità statuale, con quali diritti e sotto quale protezione? Il protettorato quanto durerebbe? Intanto si tace sulla Cisgiordania, quasi fosse già assegnata a Israele, legittimando violenze dei coloni ed espansionismo. Non sorprende l’allineamento immediato di Paesi come l’Italia, dove intanto si ridicolizza e si strumentalizza la Sumud Flotilla, unica iniziativa concreta di solidarietà verso un popolo alla disperazione.
Sarà davvero pace? Riecheggiano i versi di De André in Sidun: “E doppu u feru in gua i feri d’ä prixún… Nu peua ciû cresce ni aerbu ni spica ni figgeü”[“E dopo il ferro in guerra e le ferite della prigionia… non può più crescere né albero, né spiga, né figlio.”]
