Gaza appare oggi come un ossimoro tragico: una regione densamente abitata eppure sterile, esausta dal conflitto, affamata, privata di servizi essenziali. A farne il quadro più urgente sono due voci autorevoli: Francesca Albanese, relatrice speciale ONU, denuncia una “genocidio economy” che alimenta la devastazione; l’UNICEF, con numeri agghiaccianti sui bambini, lancia un grido di allarme affinché fame e malnutrizione non diventino strumenti d’annientamento.
La relatrice consegna il report del 1° ottobre 2024, titolato Genocide as colonial erasure, dove documenta come la crisi a Gaza vada interpretata come parte di una strategia sistematica di annientamento della popolazione palestinese. Distruzione di strutture vitali—ospedali (32 su 36 danneggiati in 300 giorni), centri sanitari e riserve d’acqua—controllo delle evacuazioni forzate e dei corridoi umanitari. Tutto ciò, combinato all’interruzione degli aiuti, ha comportato polio, epidemie e fame programmata, con l’intento, scrive Albanese, di rendere Gaza “non vivibile”. In un successivo comunicato del 3 luglio 2025, Albanese definisce la crisi non solo umanitaria, ma economica e profittevole: la Borsa di Tel Aviv è cresciuta del 213 %, con guadagni di miliardi di dollari legati alla distruzione e all’occupazione. Qui non si tratta solo di morte civile, ma di un genocidio reso possibile — e sostenuto — anche da interessi privati e strutturali. Ci troviamo difronte as un genocidio economico. In un’intervista rilasciata a luglio 2025, Albanese non ha usato mezzi termini:
Non ho più parole per descrivere l’Apocalisse… si muore di bombe e anche di fame
Francesca Albanese, Relatrice per le Nazioni Unite per i territori della Palestina
Denuncia così il fatto che lo Stato accusato di genocidio decide anche la distribuzione degli aiuti — con un paradosso e una perversione della neutralità umanitaria.
L’UNICEF descrive Gaza come un inferno per i bambini
L’Unicef ha intensificato l’impegno per proteggere i diritti e la vita dei bambini palestinesi nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. In un contesto segnato da violenze estreme, bombardamenti, fame e mancanza di cure causate dall’uomo, continuiamo ogni giorno a denunciare la gravità della crisi umanitaria in corso che non ha precedenti dopo la Seconda guerra mondiale.
Lo diciamo con forza, con dati, con testimonianze, con presenza sul campo. E con una richiesta chiara alla comunità internazionale: fermare questa catastrofe indegna dei valori che ci rappresentano in Italia, in Europa e in ogni paese che si voglia ritenere civile e democratico. Abbiamo definito Gaza “il luogo più pericoloso al mondo per un bambino”.
Non è uno slogan, ma una dolorosa constatazione.
L’assedio di Israele a Gaza non può essere definito “guerra”.
Questa non è una guerra. Nel linguaggio giuridico e nel diritto internazionale umanitario (DIU), il termine “guerra” indica un conflitto armato tra due o più Stati sovrani. Israele è uno Stato con un esercito regolare, mentre a Gaza operano gruppi armati non statali (Hamas, Jihad Islamica), non paragonabili a una forza statale. Tecnicamente si tratta quindi di un conflitto armato asimmetrico, non di una guerra tra Stati. Asimmetrico in quanto è a senso unico. Questo assedio israeliano contro i palestinesi è spietato, aberrante, contro ogni principio umano, un danno per tutte le future generazioni e non solo per i palestinesi.
L’assedio israeliano è nato come risposta agli attacchi del 7 ottobre compiuti da Hamas. Ma sul piano del diritto internazionale umanitario gli attacchi terroristici non autorizza al Paese offeso punizioni collettive né misure che colpiscano i civili. È di importanza esistenziale distinguere in modo netto Hamas dalla popolazione palestinese: confondere la critica alle politiche del governo israeliano con l’antisemitismo indebolisce la lotta contro il vero antisemitismo e, come ricorda la relatrice speciale ONU Francesca Albanese, legittima la repressione del dissenso e la cancellazione della causa palestinese dal dibattito pubblico.
Violenza sterminatrice
La violenza dei coloni israeliani è quotidiana, strutturale e avviene con la copertura dello Stato: intimidazioni, incendi ed espulsioni che svuotano villaggi e trasformano il territorio. Entrambe le violenze, quella dei coloni e quella di Hamas, sono illegali e inaccettabili, ma restano asimmetriche per natura e impatto: Hamas non ha il potere di ridisegnare confini o generare spostamenti forzati su larga scala, mentre lo Stato di Israele e i suoi coloni producono sistematicamente trasferimenti di popolazione e annessione di fatto.
Riconoscere questa differenza è l’unico modo per smettere di aggrapparsi a pretesti e affrontare l’urgenza: fermare il genocidio.
Siamo inorriditi da quanto sta accadendo a Gaza e dall’inerzia della Comunità internazionale. Ci appare di assistere al seguito di quanto iniziato nel 1947 con l’occupazione da parte di Israele dei territori palestinesi. La situazione prende una forma sempre più sospetta: ai coloni israeliani, capitanati dal sionista Benjamin Netanyahu, forse serviva il pretesto per giustificare al mondo una lecita azione di difesa; eppure è stato violato il confine più sorvegliato al mondo. La realtà non si limita a combattere i terroristi di Hamas, non si ricerca la liberazione degli ostaggi, ma bensì assistiamo a uno sterminio di massa, che avviene con premeditazione e con crudeltà contro civili disarmati: bambini, ragazzi, donne e anziani.
Oggi non ci sono scuse: Gaza non è invisibile come i lager
A fine agosto 2025, l’Integrated Food Security Phase Classification (IPC) ha dichiarato ufficialmente la carestia a Gaza City, la prima del Medio Oriente. Le soglie classiche di fame estrema, malnutrizione infantile grave e mortalità da fame sono state superate, segnalando un disastro umano “significativamente provocato”. Secondo Reuters, circa un quarto della popolazione è ora a rischio di morte per fame, soprattutto i bambini.
I centri terapeutici per la nutrizione scarseggiano, e si stima che oltre 130.000 bambini sotto i cinque anni possano morire di malnutrizione acuta entro metà 2026 se non c’è un cambio radicale nella risposta umanitaria.
L’UNICEF e altri operatori denunciano che questa carestia è umanamente evitabile, una decisione collettiva più che un accidente del conflitto. Serve un immediato cessate il fuoco, accesso sicuro agli aiuti e ripristino di servizi vitali come acqua e sanità.
Sentiamo troppe parole e opinioni da parte di giornali a servizio di politici che cercano di nascondere la veritàall’opinione pubblica, e ci si interroga se sia opportuno usare la parola GENOCIDIO. Si discute sul significato della parola, ma non cambia la sostanza.
I numeri del disastro sono fuori controllo: oltre 18.000 bambini uccisi, più di 50.000 feriti, oltre 300.000 in pericolo per malnutrizione acuta e malattie conseguenti. Dietro ogni numero ci sono volti, storie, famiglie spezzate.
Per questo chiediamo, senza ambiguità, il rispetto pieno del diritto internazionale umanitario. Nei paesi occidentali a insorgere sono prima di tutto i cittadini.
In Italia, viviamo il paradosso dell’opposto di chi siamo sempre stati: ci troviamo ad essere complici silenti del genocidio stesso. Ma poniamoci bene la domanda: nell’interesse di chi? A che prezzo? Con quale coscienza?
Stiamo stringendo patti e vendendo armi ad assassini senza scrupoli e senza dignità. Eravamo già stati complici dei nazisti di Hitler, ma forse allora non era evidente cosa stesse succedendo nei lager tedeschi. Oggi non abbiamo scuse: vediamo tutto in diretta, lo sappiamo.
-
- Quanto vale il tuo silenzio davanti a un genocidio: una cena, un voto, un contratto di armi?
-
- Di chi sei complice quando scrolli via queste notizie senza indignarti davvero?
-
- Ogni silenzio in Europa e EEUU è una pallottola in più a Gaza.
-
- Oggi non servono lager nascosti: il genocidio è in diretta.
-
- “Mai più” è diventato “finché ci conviene”.
Messaggio UNICEF
Nel cuore della nostra azione resta un principio inderogabile: ogni persona, ogni bambina e bambino, ovunque si trovi, ha diritto alla protezione. È il fondamento della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, ed è il principio guida di ogni nostra scelta civile e democratica. È necessario condividere ogni parola, ogni azione, ogni appello, perché difendere i bambini significa difendere l’umanità e il futuro delle prossime generazioni. Continueremo a ricordarlo fin ché quel diritto non sarà garantito per ogni bambino, senza eccezioni, senza confini e con tutto il fiato che abbiamo.
Questo articolo è anche un appello: documentare, informare, sensibilizzare non basta se chi ha potere non agisce. Il ripristino della dignità, la protezione dei più fragili, il rispetto del diritto internazionale — tutto questo è possibile, urgente, doveroso.
Non possiamo perdere i nostri valori, non possiamo arrenderci ai poteri, dobbiamo alzare la voce.
Unicef
Sarà difficile entrare nelle scuole a raccontare che la Shoah non è solo memoria di vittime, ma anche una lezione universale tradita dalle stesse vittime: perché mentre lo Stato di Israele ne fa un uso strumentale per giustificare l’aggressione a Gaza, il dolore ebraico continua ad essere posto come sinonimo unico della crudeltà, oscurando le nuove vittime di oggi. Oggi dovremo dedicare più tempo a parlare di genocidio contro il popolo palestinese.
Francesca Albanese viene attaccata e delegittimata con l’unico scopo di screditarne il lavoro e oscurare la verità che denuncia
Quello che definisce “genocidio economico” si concretizza nel viso smunto dei bambini che muoiono di fame, nei reparti sovraffollati e nei centri sanitari distrutti. La malnutrizione non è un effetto collaterale, ma strumento di distruzione sistematica — e resa inaccettabile di una vita che merita protezione.

L’UNICEF documenta il costo umano: migliaia di bambini curati ogni giorno, migliaia persi ogni mese; Albanese ne sottolinea le radici legali e morali: muri, aziende, istituzioni che rendono Gaza vittima e martire di un’economia genocidaria.
Gaza non è solo un fronte di guerra, ma un campo di annientamento dove la morte si manifesta attraverso bombe, fame e indifferenza internazionale. La relatrice ONU Francesca Albanese e l’UNICEF raccontano due facce della stessa tragedia: la distruzione organizzata e la sofferenza quotidiana dei bambini.
Mentre scrivo questo articolo, Israele si appresta a invadere la Cisgiordania e Gaza City per concludere il proprio disegno coloniale iniziato nel 1947 incarnato oggi proprio da Netanyahu.
onomico. In un’intervista rilasciata a luglio 2025, Albanese non ha usato mezzi termini:
Tu, uomo, volgi lo sguardo altrove,
mentre il tuo simile affonda nel fango.
Accecato dal potere, sfregi la tua stessa casa,
egoista, cieco, il più crudele degli esseri.
Umano non sei.
Scorrono fiumi di sangue,
e ancora riecheggiano le grida
di chi implorava pietà.
Nei volti sfigurati, nulla resta
se non il dolore inciso a fuoco.
E la Pace?
Era lì, fragile e inerme,
calpestata nel fragore delle bombe,
soffocata dalle urla e dal pianto.
Ha chiuso gli occhi per non vedere,
ha taciuto per non gridare.
Ma la Pace non muore.
Si rialza sulle ginocchia sbucciate,
raccoglie i cocci di un mondo ferito,
li unisce con il filo dell’incontro.
E’ nelle mani che si stringono,
nei passi che si cercano,
nei muri che crollano per far spazio ai ponti.
E’ nell’abbraccio che cura,
nel pane spezzato e condiviso,
nel coraggio di chi sceglie di restare.
E mentre il mondo trema, lei avanza,
non più fragile, non più sola,
ma più forte di ogni guerra,
più viva di ogni paura.
Aiman, Volontaria Unicef
